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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “Voglio vivere prima di morire”, Jenny Downham.

7 commenti

Non la rileggo, questa recensione. WordPress mi informa che è l’undicesima volta che ci metto mano e ora che finalmente, con non poca fatica, l’ho completata, non voglio che nulla – neppure la mia insopportabile mania di perfezione per quel che riguarda la parola scritta – possa cambiarla anche solo di una virgola. Non correggerò gli errori di battitura, né le imprecisioni. Credo sia la mia recensione più brutta, a conti fatti, ma tra tutte la più sincera. E per il libro di cui si parla non potevo aspirare a nulla di meglio.

voglio-vivere-rpima-di-morireTitolo: Voglio vivere prima di morire
Titolo originale: Before I die
Autore: Jenny Downham
Editore: Bompiani
Pagine: 343
Anno: 2008

Giudizio: 5/5

Sinossi
Tessa ha sedici anni ed è condannata dalla leucemia. Sapendo di avere a disposizione solo qualche mese di vita e con tutta la rabbia del caso, decide di stilare una lista di cose da fare prima di morire, che la facciano sentire viva e le diano l’impressione di avere avuto una vita completa. In questa lista, la cosa n. 1 è fare sesso. Poi c’è provare qualche droga; passare un giorno a fare shopping senza limiti, comprandosi tutto quello che vuole; viaggiare; rivedere i suoi genitori (separati) di nuovo insieme. A condividere con lei questi mesi e questi desideri, c’è Zoey, una sua amica un po’ “sbandata”, che vuole sempre trasgredire e superare i limiti e che Tessa adora perché è l’unica che non la tratta da malata, ma anzi, cerca di farla “sballare” con lei. Inizia così la corsa di Tessa contro il tempo, fra sesso, discoteche, droghe, piccoli furti. Fino al fatale incontro con Adam e con l’amore che strapperà Tessa da ogni paura.

Aerei si schiantano contro grattacieli.
Corpi volano nell’aria.
Metropolitane e autobus esplodono.
Tombini sprigionano radiazioni.
Il sole si trasforma in un minuscolo punto nero.
La razza umana si estingue e gli scarafaggi governano il mondo.
Può succedere di tutto.
Angel Delight su una spiaggia.
Il rumore di una forchetta di plastica.
Gabbiani.
Onde.

Forse ho un talento innato nel riconoscere i libri stronzi e sceglierli come miei. Forse c’è una parte di me, una minuscola antennina nascosta tra i miei capelli, una spia luminosa cucita nella coscienza che si mette a lampeggiare impazzita, un allarme sonoro nelle pieghe delle mie orecchie, qualcosa che reagisce a questi libri e prende possesso del mio corpo, delle mie mani che li stringono, della mia volontà che li sceglie. Anche se, a volerla dir tutta, si tratta di una mezza verità: a Voglio vivere prima di morire ci sono arrivata dopo aver visto il trailer del film che hanno tratto dalle pagine di Jenny Downham, quindi grossomodo sapevo in cosa stavo andando ad infilarmi e, molto ingenuamente, credevo che avrei saputo gestire la mia ingombrante e inopportuna empatia di persona esageratamente sensibile e ricettiva nei confronti di tutto ma in particolar modo della carta stampata (poi è successo che ho visto pure il film e ho ricordato a suon di lacrime quanto potente possa essere anche l’immagine). Balle. Gestire un tubo. Ho tirato l’una per leggere le ultime dieci pagine, singhiozzando come mi avessero fatto fuori Kora sotto gli occhi. Mentre scrivo ho la pelle del viso irritata dalle lacrime e il naso rosso per le troppe volte che me lo sono soffiato e nel ricopiare la citazione mi sono di nuovo dimostrata incapace di trattenermi. Ma in fondo è questo quello che cerco in un libro, la capacità di andare oltre la scorza coriacea della mia pelle e intrufolarsi al di sotto; fare male ma lasciare un segno, rendersi indelebile nella memoria. Nella carne.

“Va bene, Tessa, puoi andare. Ti vogliamo bene. Adesso puoi andare.”
“Perché le dici così?”
“Potrebbe servirle il permesso di morire, Cai.”
“Ma io non voglio che muoia. Io il permesso non glielo do.”
Allora diciamo di si.
Si a qualsiasi cosa per un giorno ancora.
“Forse dovresti dirle addio, Cai.”
“No.”
“Potrebbe essere importante.”
“Potrebbe farla morire.”
“Niente di quello che le dici può farla morire. Ha bisogno di sapere che le vuoi bene.”

Ho odiato Tessa per tre quarti di libro. L’ho trovata egoista, capricciosa, rintanata in se stessa e in un taciuto terrore di morire con cui ha giustificato ogni cattiveria e ogni angheria ha fatto patire alla sua famiglia. Infantile il più delle volte, del tutto indifferente a qualsiasi cosa non fosse lei e il conto alla rovescia verso una fine annunciata e inevitabile sin dalla sua prima apparizione. Non che possa biasimarla, in verità: cosa fareste voi se aveste la certezza che il vostro tempo è finito a diciassette anni? Non è una domanda facile, esige una risposta a dir poco impossibile. Tessa, con tutti i suoi umanissimi limiti e difetti, sceglie di vivere e redige un elenco di cose fondamentali da fare prima della fine. Perché morire senza aver vissuto davvero non ha senso ai suoi occhi, e non sarà il suo corpo corrotto dalla malattia a fermarla dal mettere in atto tutte le sue idee. Fare sesso, ubriacarsi, drogarsi… non brilla per inventiva, all’inizio; solo quando si costringe a dire di si per un’intera giornata, a chiunque, la questione si fa divertente. Da lì in poi la strada è in discesa, una serie di avventure di poco conto vissute al fianco di Zoey che forse più di chiunque altro patisce l’insofferenza e i continui scarti di Tessa che, unica ad aver accettato la propria fine, sembra del tutto incapace di tollerare la speranza che legge negli altri.

Un istante ancora. Uno ancora. Uno ancora ci riesco.
L’involucro di un Mars spazzato dal vento.
“Dai, Cai.”
“Mi sento scemo.”
“Noi non ti ascoltiamo. Avvicinati e diglielo sottovoce.”
Il mio nome tutt’intorno ad un’aiuola.
Seppie arenate su una spiaggia.
Un uccello morto sul prato.
Milioni di vermi storditi dai raggi di sole.
“Addio, Tess. Se ti va puoi apparirmi. Non c’è problema.”

Tessa è arrabbiata, il più delle volte. Scorbutica e scostante – ha del miracoloso, in effetti, che Adam si innamori con lei al punto da rinunciare ad ogni cosa, persino vivere nella propria casa, per starle accanto, assisterla e aiutarla a realizzare ogni suo desiderio, persino quelli che sono meri capricci. Non c’è nulla, in lei, che possa anche solo lontanamente ricordare Hazel di Colpa delle stelle, sono proprio due personaggi che non potrebbero essere più distanti e questo è uno dei motivi per cui ho amato questo libro.
L’ho trovato forse più veritiero, più sincero, più crudo – esattamente così come immagino essere una situazione di questo tipo, precaria, sul punto di esplodere e cancellare ogni cosa dalla faccia della terra. Mi è piaciuto perché è impossibile compatire Tessa, il più delle volte, e questo permette di scrutarla con un occhio più critico, senza il filtro di una pietà che lei stessa rifiuta tenacemente ad ogni occasione, concedendole – ed è assurdo, dal momento che stiamo parlando di una persona fatta di carta e inchiostro – di essere trattata come una persona normale. Non ci sono sconti per lei, destinata a morire, né per noi, destinata ad accompagnarla in questo viaggio senza ritorno: possiamo solo limitarci a tenerla la mano e poi lasciarla andare al momento opportuno.
Ma il viaggio, lasciatevelo dire, è un viaggio stupendo. Un viaggio di scoperta, di sfida, di errori, di perdono. Un viaggio nel quale emergono le delicatissime dinamiche di una famiglia rotta che piano piano impara ad aggiustasi, dove vediamo un padre crollare sotto il peso del dolore (e chi mi conosce sa che non c’è nulla che mi faccia star male quanto la sofferenza di un padre) e nonostante tutto andare avanti, andare oltre le cattiverie di Tessa, superare il suo cinismo e la sua apparente indifferenza, perdonare le parole taglienti e ingoiare l’orgoglio. Per amore.

Un’anatra va in profumeria a comprare un rossetto.
Un topo tuffato nell’acqua e tenuto giù con un cucchiaio.
Tre bollicine d’aria, una dopo l’altra.
Sei pupazzi di neve fatti col cotone idrofilo.
Sei origami a forma di giglio.
Sette pietre, tutte di colore diverso, unite da una catenina d’argento.
Nella mia tazza di the c’è il sole.
Zoey guarda fuori dal finestrino e io guido via dalla città.
Il cielo si fa sempre più scuro.
Lasciamoli andare.
Adam sbuffa fumo sulla città sotto di noi.
Dice: “Laggiù potrebbe succedere di tutto, ma qui non te ne accorgeresti.”
Adam mi accarezza la testa, il viso, bacia le mie lacrime.
Siamo beati.
Lasciamoli andare tutti.
Il fruscio di un uccello che vola basso nel giardino.

Voglio vivere prima di morire è una storia d’amore, a conti fatti. Ma non è l’amore tra Adam e Tessa, è piuttosto un Amore più grande, con la A maiuscolo, che abbraccia ogni cosa e ogni persona; un filo rosso che si lega ai polsi di tutti i personaggi e cui Tessa regge tra le dita fragili il bandolo della matassa. Ed è proprio quel filo ad accompagnarla pagina dopo pagina, in una metamorfosi che la vede diventare di giorno in giorno sempre più sensibile ai piccoli dettagli del mondo che la circonda – il profumo dei fiori, una piuma in giardino, il colore di una tazza – e, nella debolezza crescente, sempre più determinata a non voler morire, a non voler lasciare tutto quanto ha finalmente scoperto di apprezzare.
Fossi stata al suo posto, non so come avrei reagito. Probabilmente non avrei avuto la forza di fare lo stesso, di aggredire per non essere attaccata, e avrei passato le mie giornate in lacrime, sul divano. Le va fatto un merito per questo. Come fosse una persona vera, di nuovo, e non un fiore sbocciato in un universo di fantasia.
Le ultime pagine sono state uno strazio. Le ho sfogliate con l’ineluttabile sensazione di essere sempre più prossima ad un punto di non ritorno, c’è stato un momento in cui ho avuto come l’impressione di essere al capezzale di Tessa con i suoi familiari a guardarla scivolare via, con l’impulso di allungare le mani e trattenerla, tenerla stretta a me, implorarla di non andare. Di non morire. Ma Tessa muore, e il libro finisce con lei.  Solo in quel momento mi sono resa conto che, per quanto assurdo possa suonare, il libro ad un certo punto non è più solo un libro. Il libro è Tessa, tutto quello che ci è dato sapere di lei, tutto quello che mai sapremo di lei e poi nulla, perché la fine strappa via ogni possibilità di futuro. Non importa cosa è rimasto in sospeso, quante cose non sono state dette, quante avremmo voluto dirne, tutto diventa relativo, tutto è labile e al tempo stesso straordinariamente nitido e tutto, ogni cosa, ogni parola, ogni goccia di inchiostro, fugge via inesorabilmente. E poi…?

Poi niente.
Niente.
Passa una nuvola.
Ancora niente.
Una lama di luce piove dalla finestra, atterra su di me, dentro di me.
Istanti.
Si avvicinano tutti a questo.

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

7 thoughts on “Recensione: “Voglio vivere prima di morire”, Jenny Downham.

  1. Credo, in realtà, che questa sia la tua recensione migliore, perché sentita, vissuta fino all’ultima, inevitabile, pagina. Ho questo libro sul tablet di mia sorella e ogni volta che scorro i titoli lo guardo, penso di aprirlo e non riesco mai a farlo per paura di quel che potrei trovarci dentro. Ma ora ho letto questa recensione e forse un po’ di coraggio per scoprire Tessa e la sua storia l’ho trovato. Perché ho come l’impressione di star perdendo tanto a non farlo.

    • Io mi sono fatta convincere da Chiara e dalla sua sensibilità per i “libri stronzi” che sto parzialmente assorbendo.E nonostante stia piangendo anche ora mentre leggo la recensione, ci tornerei subito tra quelle pagine, in quella vita così reale, così umana e così intensa. Non ti coinvolge semplicemente perché è dolore, è un vortice di vita e morte, volatilità e concretezza. E’ uno sprone, uno sprone ad esserci nella propria vita, con un elenco sempre in aggiornamento.
      (Grazie Chiara..)

    • Quando sarò il momento cercami: sarò quella con i fazzoletti in mano, pronta a passarteli.

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