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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “Cose che nessuno sa”, Alessandro D’Avenia.

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Io ve lo dico, sono stata cattiva. Siamo tutti d’accordo, è quasi Natale. Ma, per l’appunto, c’è un quasi che potrebbe giustificare l’altissimo livello di acidità di questa recensione e immagine che, una volta conclusa la lettura, vi sarà più chiaro il perché di questa doverosa premessa. Detto ciò, ho davanti le due settimane più brutte di tutto questo primo semestre, tutto studio e esami, quindi taglio corto e torno agli altri libri che mi fanno compagnia in queste grigie – un po’ nevose – giornate forlivesi.

Cose che nessuno sa - Alessandro D'AveniaTitolo: Cose che nessuno sa
Autore: Alessandro D’Avenia
Editore: Mondadori
Pagine: 332
Anno: 2011

Giudizio: 2/5

Sinossi
Margherita ha quattordici anni e sta per varcare una soglia magica e misteriosa: l’inizio del liceo. Un mondo nuovo da esplorare e conquistare, sapendo però di poter contare sulle persone che la amano. Ma un giorno, tornata a casa, ascolta un messaggio nella segreteria telefonica: è di suo padre, che non tornerà più a casa. Margherita ancora non sa che affrontando questo dolore si trasformerà a poco a poco in una donna, proprio come una splendida perla fiorisce nell’ostrica per l’attacco di un predatore marino. Accanto a lei ci sono la madre, il fratellino vivace e sensibile e l’irriverente nonna Teresa. E poi Marta, la compagna di banco sempre sorridente, e Giulio, il ragazzo più cupo e affascinante della scuola. Ma sarà un professore, un giovane uomo alla ricerca di sé eppure capace di ascoltare le pulsazioni della vita nelle pagine dei libri, a indicare a Margherita il coraggio di Telemaco nell’Odissea: così che il viaggio sulle tracce del padre possa cambiare il suo destino.

Di D’Avenia avevo un bel ricordo, e nei confronti de Cose che nessuno sa anche la calorosissima raccomandazione di un’amica. Ringalluzzita al pensiero di leggere qualcosa di italiano che si distacchi – sulla carta – da Volo e Moccia, ho iniziato a leggere piena di belle speranze. Per tornare a sentirmi, una volta ancora, come Maryl Streep ne Il diavolo veste Prada quando Anne Hathaway viola la privacy del suo (meraviglioso) appartamento e la becca a discutere con il marito: delusa, ferita, tradita. E siccome non ho voglia di stare ad analizzare questo mio bisogno inconscio di riferirmi ad un film carino tratto da un libro molto molto molto carino tutte le volte che devo dire qualcosa di brutto, saltiamo a piedi pari oltre ogni esitazione per arrivare al punto: D’Avenia l’ha cagata alta. Perdonate il francesismo dialettale, ma per reazione alla farcitura di modi di dire siculi sprovvisti di traduzione, ho questo impulso di sputar fuori modi di dire del mio dialetto senza preoccuparmi del fatto che siano capiti o meno da chi mi legge. E via andare.
Son dalle prima pagine ho sbattuto il naso contro l’assoluta certezza che il Prof.2 del web sventola ai quattro venti con grande orgoglio: lui ha capito tutto dei ragazzi. Lui sa. Lui non ha dubbi, lui è portatore di verità. Generazioni di psicologi e genitori disperati hanno annaspato a lungo nelle acque tempestose dell’adolescenza, senza mai capire nulla del garbuglio ormonale che è un teen ager; fior fior di studiosi hanno studiato e sprecato ore/risorse/pazienza per venire a capo del labirinto di stupide ribellioni casalinghe – inetti, INETTI! Avrebbero semplicemente dovuto prendere in mano questo volume per essere illuminati dalla Conoscenza con la C maiuscola. Perché D’Avenia sa, lui SA. De cagarse. Ma anche volendo andare oltre questa follia assurda, si precipita in un’assurdità ancora più grande: tra paroloni e accostamenti semantici azzardati, ecco emergere dalle foschie letterarie lui, il Professore. Personaggio che merita un’occhiata più approfondita, coacervo di altezzosità e belle speranze, un uomo che non paga l’affitto per comprare libri (e c’è da stupirsi che non l’abbiano cacciato da un pezzo), che il primo giorno di un nuovo anno scolastico dichiara ai suoi alunni – appena approdati al liceo – che se alla fine del quinquennio ancora non avranno deciso cosa fare della loro vita allora avranno sprecato le ore passate in aula. Can you feel my disagio? Un professore che formula un pensiero di questo tipo non ha palesemente capito nulla del suo ruolo né delle persone che ha davanti, perché se davvero l’avesse fatto allora saprebbe che neppure dopo una laurea si ha grossomodo un’idea di quel che si vuole fare nella vita. Ma voglio sperare che questo professore non sia che un abominio di fantasia, del tutto avulso dal professore che l’ha creato – perché se così non fosse io davvero mi preoccuperei moltissimo delle povere anime che sono costrette a farsi insegnare da un tizio così, uno che considera letteratura solo i grandi classici e che, per contro, si perde in un bicchier d’acqua per le piccole cose della vita quotidiana.
Margherita è una ragazzina che, occhi verdi e riccioli neri, cade nella trappola del suo professore. Devastata dalla separazione dei suoi genitori, o meglio dall’abbandono del padre che a quanto pare era il punto focale della sua esistenza, si lascia andare alla deriva fino a quando non si lascia irretire da una sirena che le promette la soluzione a tutti i suoi problemi, l’Odissea. Ora, ammetto di non ricordare precisamente come si risolvesse il viaggio di Telemaco alla ricerca di Ulisse, se avesse dei compagni di viaggio o altro – sono passare ere geologiche dai tempi dorati in cui l’epica era quello che studiavo -, ma c’è da dire che Margherita non sceglie bene. Perché si fa accompagnare dal minorenne Giulio-occhi-di-ghiaccio, un figo dalla dubbia reputazione che s’innamora di lei a prima vista, un anarchico aspirante Alex Supertramp, uno di quello che odiano il mondo perché il mondo odia loro. Con lui pensa bene di rubare la macchina della madre, che per tre quarti del libro letteralmente non sa dove sbattere la testa per la disperazione, e andare in cerca del padre. Risultato? A Giulio rubano il portafoglio a Genova, su una spiaggetta rischia lo stupro da parte di due ragazzi ubriachi, fanno un incidente con l’auto (di cui nulla ci è dato sapere) e finisce in coma. Ma ehi, hanno limonato al tramonto! Si amano! E dal momento che siamo in vena di spoiler, si ameranno pure per il resto della loro vita.
Stringendo stringendo questo è quello che succede, nel mezzo (del cammin di nostra vita, per riprendere l’abitudine di D’Avenia di seminare qui e lì citazioni a caso di altri autori senza nessun motivo) ci sono personaggi secondari che valgono meno di niente, vicende che non dicono nulla, bivi che si trasformano in vicoli ciechi di possibilità soffocate in nome dell’ovvio. Due stelle sono una valutazione generosa, specie se ponderate con il tempo che la lettura mi è costato: questo libro non finiva più, si è trascinato lento, esasperante, appesantito da una pretesa di verità che – a guardare dietro lo scintillio di un mucchio di belle parole – ha la stessa profondità di un foglio di carta velina. Pomposo ed eccessivamente aulico nello stile, lentissimo dove avrebbe dovuto catturarmi maggiormente, superficiale e assolutamente fuorviato per quanto riguarda gli insegnamenti che l’autore si è sentito in dovere di darci, perle di saggezza per vivere a pieno la vita. Fenomenale in chiusura, quando con un discorso arzigogolatissimo s’azzarda a sostenere che la bellezza sta nella mancanza: le classiche parole di uno che probabilmente non è mai stato lontano da una persona cara, perché se invece avesse sperimentato sulla propria pelle la lontananza e l’assenza allora saprebbe che non c’è niente di bello, niente di poetico, niente di elevato in tutto ciò. Tanto più se hai quattordici anni e fame di qualsiasi cosa, come succede a Margherita. Mi viene da credere che, alla fine della fiera, forse è lui quello che ha davvero sprecato i suoi cinque anni di liceo, se poi si è ritrovato ad insegnare senza aver capito davvero nulla delle persone che lo ascoltano.

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

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