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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “World War Z”, Max Brooks.

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Ho deciso di prendermi del tempo per me, questo pomeriggio. Tra una buona notizia e una devastante, sento di aver bisogno di un attimo da dedicare esclusivamente a me stessa e, di riflesso, alle pagine che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi giorni. Chi mi conosce, ormai lo sa che da quando ho scoperto Daryl in The Walking Dead (grazie, Alessia, grazie!) la mia ossessione per gli zombie è cresciuta a livello esponenziale. Da un lato c’è il mio amore per il telefilm, che mi ha portata a divorare due stagioni e mezza in penso due settimane al massimo, e dall’altro, invece, il lato oscuro della medaglia: il terrore più assoluto. Me li sogno la notte, gli zombie. Sogno che mi inseguono, sogno che infestano i luoghi in cui più mi sento sicura, sogno che non sono capace di ucciderli. Gli zombie sono uno dei motivi per cui ho iniziato a correre, due mesi fa, e nel giro di pochissimo tempo sono passata dall’essere una creatura del tutto inadatta e incompatibile con la cosa ad uno strano essere che si sveglia alle sei del mattino e macina tra i sei e gli otto chilometri prima di iniziare la giornata. Perché ho paura degli zombie. Una maledetta, del tutto irrazionale e ingiustificata, esagerata paura. Terrore puro. Rasento il panico al pensiero.
Quindi perché, fondamentalmente, leggere un libro che parla proprio di zombie? Perché me l’hanno caldamente consigliato. Perché mi voglio un po’ male, alle volte. Non lo so, a dire il vero non lo so… presumo si tratti di una qualche deviata forma di curiosità. Ma a conti fatti, devo dire, ne è valsa assolutamente la pena.

Titolo: World War z – La guerra mondiale degli Zombi
Titolo originale: World War Z – An oral history of the zombie war
Autore: Max Brooks
Editore: Cooper
Anno: 2007
Pagine: 334

Giudizio: 5/5

Sinossi
Comincia in uno sperduto paesino della Cina. E subito dilaga in tutto il mondo. La piaga, la peste ambulante, l’epidemia. La guerra degli zombi. Creature mostruose che contagiano e fagocitano il nostro pianeta, la nostra casa. I sopravvissuti sono pochi. Una storia irreale? Il semplice parto della fantasia di uno scrittore? Forse. Max Brooks, con l’artificio di una raccolta di interviste “sul campo”, dà vita a un affresco in cui le tante e diverse voci ricreate e animate in questo libro parlano di guerra, sofferenza e solitudine, ma anche di speranza, coraggio e nobiltà.

Prima di dire qualsiasi cosa, c’è una cosa che vi chiedo di fare: guardate il trailer del film che millantano di aver tratto da libro.

Guardatelo bene, con attenzione. Fatto? Ottimo. Adesso sapete esattamente cosa questo libro non è: un’americanata politicamente discutibile, creata ad arte per far spiccare l’uomo comune (con passato nei corpi speciali dell’esercito più fortissimo e fichissimo del mondo, ovviamente, come tutti gli uomini comuni) Brad Pitt nella sua lotta solitaria per la salvezza dell’umanità ormai condannata all’estinzione. Con lieto fino lasciato solo immaginare, ma ormai vicinissimo.
Nel libro, non succede niente di tutto questo. Sin dalle prime battute di quello che si presenta come un dossier di interviste a gli individui più disparati, nei luoghi e tempi più disparati, è chiaro che il lieto fine l’umanità non se l’è ancora del tutto guadagnato. Il filo conduttore di questi frammenti di storia è, ovviamente, la guerra contro gli zombie: dalle sue origini, al “Grande panico”, dalle prime forme di resistenza alle prime effettive vittorie, fino ad approdare ad un presente ipotetico e cupissimo, intriso di grandi difficoltà. Ho letto diverse recensioni, qui e lì, dove questo metodo di rappresentazione degli eventi è stato duramente criticato proprio per la mancanza di uomo comune alla Brad Pitt che tenesse assieme la narrazione. Tralasciando il fatto che a queste persone vorrei che non hanno capito una mazza (salvo poi sentirmi giustamente in colpa perché ognuno a diritto alle proprie opinioni), la presenza di un protagonista singolo avrebbe reso impossibile il dispiegarsi di un quadro così totalmente globale ed estremamente inclusivo come è stata l’epidemia nel libro. Mettiamo caso che il protagonista fosse un americano, questo avrebbe comportato un’ambientazione limitata esclusivamente al Nord America, e la narrazione non avrebbe potuto minimamente includere l’esodo del Giappone, totalmente abbandonato dai suoi abitati in favore della Manciuria, o la crudele efficienza del Piano Redecker applicato in Sud Africa. Non ci sarebbe stato modo di sapere delle fogne parigine infestate da milioni di creature infette o della tenace sopravvivenza, in condizioni a dir poco proibitive, nei castelli medievali del Nord Europa. Per raccontare un fenomeno immaginato di portata mondiale, il filo conduttore del protagonista è del tutto fuori discussione a priori. La forma di intervista, al contrario, è probabilmente la più indicata per rappresentare la vastità della pandemia di quella che, al principio, viene ufficialmente chiamata “rabbia africana”.
Questo libro è un concerto di voci e punti di vista, di linguaggi differenti e mentalità che variano a seconda del paese d’origine dell’intervistato. Lo sforzo di dare una personalità propria ad ogni nome – e sono davvero tanti – è notevole e ben calibrato, così come la capacità di tratteggiare un tassello alla volta l’andamento di un fenomeno su larga scala è semplicemente straordinario. Emerge, una volta ancora, la necessità di multipli punti di vista e l’andamento complessivo degli eventi che si proietta su su un piano più grande, evidente in ogni intervista pensata per fornire una manciata di informazioni che, sommate a quelle dell’intervista successiva, un passo alla volta delineano un sentiero verso la comprensione di una guerra che è stata vissuta alla cieca persino dai suoi protagonisti. I particolari sono terribili, spaventosi, spesso molto cruenti o spaventosamente devastanti – le disfatte, tanto nazionali quanto private, si accumulano in profili straordinariamente stereotipati e al tempo stesso quanto mai credibili, realistici.
Vale la pena, anche per chi è ansioso come me, affrontare il terrore che queste pagine trasudano, e l’amarezza incredibile di chi racconta tanto se stesso quanto la fetta di mondo che aveva attorno. Per quanto questo genere di letture non siano le mie preferite, World War Z vale la pena leggerlo, e soprattutto vale la pena rifletterci, perché per quanto tutto ciò che narra sia puramente inventato, ha una grande lezione da insegnare. E no, non mi riferisco al fatto che il film non va assolutamente visto!

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

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