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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “L’estate dei segreti perduti”, Emily Lockhart.

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Lunedì mattina, quale momento migliore per iniziare a seguire l’unico buon proposito che mi sono data? Ricominciamo, quindi, con la recensione di un libro che ho amato moltissimo e che si è consumato, sotto i miei, in pochissimo tempo: L’estate dei segreti perduti, di Emily Lockhart. Nel mentre, vi auguro un buonissimo inizio di settimana – la mia si prospetta straordinariamente affollata di impegni e nuove esperienze che, in tutta onestà, un po’ mi spaventano e elettrizzano al tempo stesso – ma non vi saluto: c’è una buona possibilità, infatti, che questo pomeriggio pubblichi un secondo post grazie ad una nomination tanto inaspettata quanto graditissima. Prima, però, devo tipo finire di ripetere un libro intero – ma la sessione autunnale quanto schifo fa? -, quindi… auguratemi buona fortuna, più che buon lavoro!
Voi che programmi avete, invece?
Ah già! In caso non l’abbiate già fatto, ed è molto probabile perché non ho avuto tempo di pubblicizzarla a dovere, qui trovate la pagina FaceBook dedicata a ChiaraLeggeTroppo. Molto più semplice da utilizzare per interagire con me che non i commenti del blog, chissà che non mi permetta finalmente di darvi un nome, anonimi lettori 🙂

Titolo: L’estate dei segreti perduti
Titolo originale: We were Liars
Autore: Emily Lockhart
Editore: De Agostini
Pagine: 315
Anno: 2014

Giudizio: 5/5

Sinossi
Da sempre la famiglia Sinclair si riunisce per le vacanze estive su una piccola isola privata al largo delle coste del Massachusetts. I Sinclair sono belli, ricchi, spensierati. E Cady, l’erede di tutta la fortuna e di tutte le speranze, non fa eccezione. Ma l’estate in cui la giovane Sinclair compie sedici anni le cose cambiano. Cady si innamora del ragazzo sbagliato e ha un incidente. Un incidente di cui crede di sapere tutto, ma di cui in realtà non sa nulla. Finché, due anni dopo, torna sull’isola e scopre che niente è come sembra nella bellissima famiglia Sinclair. E che, a volte, ci sono segreti che sarebbe meglio non rivelare mai.

L’estate dei segreti perduti è uno di quei libri che, per un motivo o per l’altro, mi saltano sotto al naso nelle occasioni più disparate ma che necessitano di tempi proprio per essere letti. Fortuna mia, non ho dovuto aspettare troppo per poter assaporare il sapore delle vacanze estive di Cady che – almeno sulla carta – sono tutto quello che una ragazzina potrebbe desiderare dalla vita: tre mesi interi da spendere su un’isola privata, a un tiro di sputo dalla famosissima Martha’s Vineyard (che rientra nella lista dei Posti Assolutamente Da Vedere da quando ho scoperto l’esistenza di The Vineyard l’estate scorsa) , in compagnia di una banda di cugini che, per il tempo di una stagione di sole e sale sulla pelle, si trasformano nei migliori amici possibili e immaginabili. I Bugiardi, di nome e di fatto, sono quattro. Moderni moschettieri, eredi di una di una ricchissima famiglia di tradizione democratica, sono i sovrani incontrastati di un piccolo regno dispiegato tra quattro ville da sole e un’infinita architettura di possibilità. Sono giovani e belli, la loro fortuna è un marchio fatto di capelli biondi e menti squadrati, carriere accademiche invidiabili e un futuro che si dispiega luminoso, protetto dalla presenza rassicurante di un fondo fiduciario pronto a sostenere ogni loro eventuale scivolone. Le crepe, in questa facciata di scintillante perfezione, sono così ben protette e nascoste che se non fosse per la voce spezzata di Cady – che ci accompagna, passo passo, lungo un sentiero costellato di buche e massi appuntiti – non ci sarebbe modo di intuire quanto invece quella maschera sorridente sia sul punto di sbriciarsi in una manciata di coriandoli dai bordi taglienti, sporchi di sangue prima ancora di poter esser toccati da chiunque abbia abbastanza coraggio da annunciarsi al cospetto di una famiglia reale crudele e cinica.
I Sinclair non accettano estranei, non permettono a nessuno di violare i confini della loro pretesa di successo senza sforzo, e poco importa se dietro gli allevamenti di Golden Retriever, gli sfarzi di appartamenti perfettamente arredati, i vestiti sempre impeccabili e sorrisi che sono l’orgoglio di fior fior di dentisti si nascondano fiumi di veleno, divorzi sepolti forzatamente sotto uno strato di oblio imposto e la sottile cattiveria di un vecchio patriarca il cui piacere più grande è forzare i nipoti alla lusinga, alimentando dissapori e discordie tra le figlie che, fondamentalmente, considera un fallimento pressoché completo.
I Sinclair sono divinità bionde che si riuniscono nel loro personale Olimpo ogni nove mesi – per il resto dell’anno sono a malapena a conoscenza delle reciproche esistenze, come non ci fosse vita al di fuori dell’isola -, a celebrare la loro grandezza tra tuffi notturni, partite a Scarabeo, grandi colazioni, sbornie segrete, confidenze bisbigliate e passeggiate lungo le passerelle di legno che collegano le quattro abitazioni presenti di Beechwood Island. Al loro fianco è pazientemente tollerata la presenza di Gat, un incidente dalla pelle color caffellatte e un labirinto di pensieri in cui Cady ama perdersi, fino ad arrivare – dal suo girovagare senza capo di coda – ad innamorarsi di lui nella maniera totale e completa che solo gli adolescenti conoscono. L’estate numero quindici è anche questo, la scoperta dolcissima e senza fine di un sentimento nuovo, spesa nella cornice confortevole di un modo che le appartiene per diritto di nascita. Ma poi? Com’è possibile che proprio lei, la prima nipote, l’erede prediletta, abbia successivamente scelto di nascondere la sua chioma color del grano sotto una volgare tinta nera, quasi a rinnegare tutto ciò che l’ha sempre definita? Com’è possibile che proprio lei, baluardo di ostentata grandezza in procinto di sbocciare, passi le sue giornate piagata dal male insopportabile di terribili emicranie e non ricordi che pochissimi flash  di quelli che sono stati – a rigor di logica – i tre mesi più belli di sempre?
Non è una matassa facile da sbrogliare, per niente. I suoi pensieri sono confusi, spezzati e la narrazione ne segue il ritmo sincopato, a tratti incomprensibile, tratteggiando i confini di un mistero che catalizza dolori appena accennati e rivela brutture inaspettate, portando alla luce un disegno che spaventa a tratti ma che, sopra ogni altra cosa, riempie la bocca di un’amarezza incredula e una tristezza rassegnata, ineluttabile, raggrumandosi in una macchia che nessuna amnesia e nessuna tinta per capelli possono cancellare. C’è qualcosa di ossessivo, di morboso, nel suo ripercorrere con ostinazione un viale di memorie da cui il suo inconscio e l’incomprensibile incidente che l’ha coinvolta sembrano metterla costantemente in guardia – quasi la ritrovata armonia familiare, l’insolito affetto che è tornato a legare sua madre alle zie, la ruvida e bonaria distrazione del nonno non fossero di per sé già abbastanza allarmanti e anomale di per sé. Tra stranezze presenti e piccole gioie passare, meschinità senza ragion d’essere e pezzi del puzzle che dolorosamente riaffiorano, collocandosi con precisione la dove avrebbero sempre dovuto essere, L’Estate dei segreti perduti srotola davanti ai nostri occhi qualcosa che non si può qualificare come un semplice Young Adult. Non c’è niente di diretto, niente di semplice, niente di dolcemente artefatto in questo libro. Non è una storiella d’amore con l’inevitabile lieto fine – il lieto fine è estraneo a questa famiglia che da per scontato di essere, a conti fatti, di per sé la realizzazione perfettamente compiuta della sola vita che valga la pena d’esser vissuta e che si ritrova, alla fine, a raccogliere i cocci con una dignità che non le è mai appartenuta, scalzata a forza dall’Olimpo che si è costruita per esser rispedita, a calci nel sedere, in una palude di miserie da cui non riesce a ripulirsi. Si parla d’amore, questo è vero, ma anche di famiglia, di divorzi, di maschere e apparenze. Si parla di lutti, di incomprensioni, di piccolezze e di perfidie che scandiscono una quotidianità costruita ad arte per risultare idilliaca. Invidiabile.
Quando ero bambina, uno dei miei libri preferiti era Vacanze all’Isola dei Gabbiani. Parlava di una famiglia che affitta la Vecchia Falegnameria per l’estate sull’isoletta più remota dell’arcipelago svedese e vive tutta una serie di avventure che mi hanno fatta sbrodolare di contentezza tutte le infinite volta che sono tornata a riviverle, facendomi sospirare e spingendomi a desiderare con tutta me stessa di poter vivere estati simili. L’estate dei segreti perduti, ecco, mi ha fatto un effetto simile. Non perché segretamente desideri di essere membro di una famiglia incoronata di dollari e ipocrisie, né tantomeno perché abbia interesse ad innamorarmi di un cugino – che neppure ho – di cui mi ricordo e che si ricorda unicamente di me per tre mesi l’anno – c’è qualcosa di più, qualcosa a cui non so dare nome, che mi attira. Probabilmente è il vago sentore di decadenza, di perbenismo ammuffito e malandata convenienza, la sorridente falsità di un mondo che vuole presentarsi come migliore degli altri e che invece, sotto sotto, è cosa misera se privato dello sfarzo che un generoso fondo fiduciario e un buon nome tradiscono. I Sinclair sono facili da apprezzare, ma è difficile voler loro davvero bene. Sono una famiglia difficile e difficile è la storia faticosamente ricostruita da Cady nel corso di pagine che non mi sembravano mai abbastanza: avrei voluto poterne sapere di più sui Bugiardi, più particolari, più aneddoti, più tutto, quasi sentissi l’acqua salirmi alla gola e trascinarmi lentamente oltre il punto del non ritorno. Forse il finale è davvero scontato come in molti hanno scritto e forse sono io che ero troppo presa dal contorno, dal resto, da tutto per poterlo indovinare con tanta facilità, ma non c’è stata una sola volta in cui abbia pensato “ecco, adesso succede questo!”. Non ho avuto il tempo di farlo. Non ho voluto. Ho lasciato che questo libro si riversasse su di me senza che un solo ostacolo mi proteggesse dal suo scorrere implacabile, a tratti tagliente, il più delle volte oziosamente disincantato – e ne è valsa la pena, nonostante tutto.
Consigliato a chi sa trattenere a lungo il respiro e non ha paura di leggere in apnea.

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

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