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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “Diario di un sopravvissuto agli zombie”, J.L. Bourne.

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Titolo: Diario di un sopravvissuto agli zombie
Titolo originale: Day by day armageddon
Autore: J.L. Bourne
Editore: Multiplayer.it Edizioni
Pagine: 252
Anno: 2012

Giudizio: 4/5

Sinossi
Il diario quotidiano della battaglia di un uomo per la sopravvivenza, contro le prove che il mondo dei non morti gli propone giornalmente…
Una piaga sconosciuta dilaga sul pianeta. I morti risorgono e, come nuova specie dominante, reclamano la Terra. Imprigionato in una tragedia planetaria, toccano a lui decisioni fondamentali – scelte che faranno la definitiva e assoluta differenza tra la vita o l’eterna maledizione…

Diciamola tutta: una sinossi così perde tutti i punti che il libro aveva guadagnato con la copertina. Tutti quei puntini di sospensione, in effetti, non creano suspence ma suscitano in me piuttosto un senso di repulsione totale – la mia fortuna è che leggo in ebook, quindi non ho sotto il naso il retro di un cartaceo così mal scritto a scoraggiare la lettura, quindi rassicurarvi sul fatto che questa lettura, al di là di tutto, merita.
Di mio sono una grandissima appassionata di prose molto più evocative, tutte frizzi e merletti come se la ride sempre il mio ragazzo. Perché un libro mi sappia prendere al di là del modo in cui è scritto, e che spesso mi porta ad esaltare trame che poi per qualcun altro non sono poi così spettacolari, devo riuscire a trovarci da subito qualcosa che mi tenga poi inchiodata fino alla fine, senza concedermi mai tregua. Nel caso di Diario di un sopravvissuto agli zombie, questo è elemento è dato dagli zombie per l’appunto. Come ormai avete avuto modo di appurare (qui, qui, qui e qui), è un argomento che mi sta a cuore in ragione di una del tutto irrazionale e immotivata fobia che sfocia, spesso e volentieri, nella paranoia più totale. A ciò si aggiunge il mio essere una persona straordinariamente impressionabile, più dalla pellicola che dalla carta, motivo per cui ogni qualvolta vedo qualcosa che riguarda i tanto amati oggigiorno morti viventi, ecco che mi scatta in testa questo bisogno frenetico di mettere in piedi un piano di sopravvivenza il quanto più dettagliato possibile – se vi interessa, ad oggi ho ben due possibili alternative di fuga e mete da raggiungere qualora la fine del mondo mi sorprendesse a Trieste, mentre se dovesse scoppiare quando sono a Forlì, ecco, probabilmente schiatterei subito perché ancora non mi sono organizzata in quel senso. E questo libro a conti fatti, è la conferma che non ho mai trovato altrove: essere preparati ti salva le chiappette come niente altro al mondo.
É il primo giorno di un nuovo anno, quando un anonimo pilota dell’esercito americano decide di iniziare a tenere un diario che diventerà, a sua insaputa, la testimonianza estremamente accurata della sua lotta per la sopravvivenza in un mondo che, nel giro di una manciata di mesi, soccomberà ad una piaga che – dalla Cina – si diffonderà in maniera incontrollata e incontrollabile sul pianeta.
Noi siamo spettatori, io nello specifico vagamente atterrita, dei suoi sospetti al trapelare delle prime informazioni. Del suo allarmarsi apparentemente esagerato – non per me che lo applaudivo segretamente e prendevo appunti – che lo porta a fortificare casa sua, a rifornirsi di acqua e cibo in scatola, di armi e di tutto quello che potrebbe permettergli di resistere per diverso tempo nei confini familiari e barricati della sua dimora.
E quando il flagello sfugge al controllo dei governi, non possiamo altro da fare che rinchiuderci assieme a lui, in attesa di qualsiasi cosa possa capitare, aggrappandoci ostinatamente alla vita che sfugge al nostro controllo, resistendo coraggiosamente alla solitudine. John è un sollievo e una speranza al tempo stesso, un vicino di casa ingegnere, il cui arrivo segnerà un punto di svolta in una narrazione che si fa via via sempre più frenetica di disavventure, incidenti e episodi più o meno a lieto fine, perché non c’è happy ending che tenga quando il mondo decide di finire.
The Walking Dead deve molto, a questo libro. Ma proprio molto. Non perché sia effettivamente basata su ogni singola pagina o episodio narrato di questo romanzo, nato come racconto a puntate – praticamente una fanfiction! – su un forum, ma perché inevitabilmente ha finito per prendervi spunto, in maniera più o meno inconsapevole, e i rimandi fiorivano spontaneamente man mano che la lettura proseguiva.
L’unica cosa che, in tutta onestà, mi ha trattenuta dall’assegnargli il punteggio pieno è stato il finale: troppo veloce, troppo improvviso, troppo tutto. Mi sono ritrovata a fissare il Kobo come se ci fosse un errore nel file e fossero scomparse nel nulla un centinaio di pagine: non riuscivo, letteralmente, a concepire una battuta d’arresto così brusca dopo un crescendo di tensione così ben calibrato. Non ho avuto modo di affezionarmi a nessuno come mi sono affezionata all’anonimo scrittore e al suo vicino di casa John, che si trascina attraverso l’apocalisse il suo cane Annabelle come un amuleto rappresentante tutto ciò che è stata la sua vita prima, perché da un lato la scrittura non lo permette più di tanto e dall’altro sono arrivati troppo in fretta, con una spada di Damocle appesa sopra le loro teste a rappresentare una condanna non ancora eseguita ma inevitabile. Non so perché dia scontato che il protagonista senza nome sia l’unico che debba legittimamente sopravvivere ad ogni cosa, è la mia testa che se ne è automaticamente convinta e a questo mi adeguo, non trovando motivazioni sufficienti a contraddirmi.
Non so se proseguirò con la lettura della saga, quel che è certo è che non lo farò nell’immediato futuro: ho imparato che gli zombie è meglio se li prendo a piccole dosi. Utilizzando il tempo libero a progettare piani di sopravvivenza, ovviamente!

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

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