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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!

Recensione: “Città del Fuoco Celeste”, Cassandra Clare.

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Gli eroi non sempre sono quelli che vincono. Sono quelli che perdono, a volte. Però continuano a combattere, continuano a provarci. Non si arrendono. Ed è questo che fa di loro degli eroi.

Titolo: Città del Fuoco Celeste
Titolo originale: City of Heavenly Fire
Autore: Cassandra Clare
Editore: Mondadori – Chrysalide
Pagine: 756
Anno: 2014

Giudizio: 5/5

Sinossi
Erchomai, ha detto Sebastian. Sto arrivando. E ancora una volta sul mondo degli Shadowhunters cala l’oscurità. Mentre tutto intorno a loro cade a pezzi, Clary, Jace e Simon devono unirsi con tutti quelli che stanno dalla stessa parte, per combattere il più grande pericolo che la società dei Nephilim abbia mai affrontato: Sebastian, il fratello di Clary. Il traditore, colui che ha scelto il male. Nulla, in questo mondo, può sconfiggerlo, e i tre – uniti da un legame profondo e indissolubile – sono costretti a cercare un altro mondo dove l’estremo scontro abbia una speranza di vittoria. Il mondo dei demoni. Ma il prezzo da pagare sarà altissimo. Molte vite saranno perdute per sempre, e l’amore sarà sacrificato per un bene più grande: scongiurare la distruzione definitiva di un mondo che non sarà mai più lo stesso. Perché la fine degli Shadowhunters è anche il loro inizio.

Sin dalle prime pagine, è evidente che Città del Fuoco Celeste è il punto di arrivo di un destino ineluttabile. Non sono solo i cinque volumi che lo precedono ad incamminarsi inevitabilmente verso una convergenza di trame e nodi che arrivano finalmente al pettine, ma anche la trilogia de Le Origini confluisce in questo volume unico che da solo vale la lettura degli otto romanzi ambientati nell’universo degli Shadowhunters.
Quando lo abbiamo lasciato, in Città delle anime perdute, su questo mondo gravava una minaccia che i Nephilim non erano pronti ad affrontare: echormai, sto arrivando, ha promesso Sebastian, e sin dalle primissime pagine del libro è evidente quanto questo terribile e meraviglioso personaggio fosse serio. Dall’attacco all’Istituto di Los Angeles – dove conosciamo Emma e Jules, quelli che molto probabilmente saranno i protagonisti dei prossimi libri della Clare – all’evacuazione di ogni altro Istituto sul pianeta, è chiaro – in un lasso brevissimo di pagine – che gli Shadowhunters hanno sottovalutato la portata della guerra che li ha incalzati e raggiunti nel giro di pochissimo tempo. Sebastian si muove abilmente sulla scacchiera che si è preparato, rimpolpando le fila dei suoi pedoni tramite un uso smodato della Coppa Infernale – dalla quale i Nephilim sconfitti sono forzati a bere – e disponendole secondo un disegno che è teso da un lato alla preparazione di un’apocalisse imminente e dall’altro alla cattura della regina, assieme alla quale dare scacco al mondo così come è conosciuto. Ma non sono solo i figli dell’Angelo ad essere chiamati in causa. Anche i Nascosti sono costretti a schierarsi e la precarietà dei nuovi Accordi si farà sentire in maniera prepotente, la – discutibile – solidità delle alleanze sarà messa alla prova da proposte e trame sotterranee, in un groviglio unico di intrighi e tradimenti, perdite e fragili speranze che si susseguono con rapidità sbalorditiva, senza dare il tempo a nessuno di tirare il fiato fino ad un finale che non avrebbe potuto essere più sofferto e, per questo, azzeccato.

“Bene,” disse Jonathan, guardandola in faccia. “Odiami. Gioisci quando morirò. L’ultima cosa che vorrei ora sarebbe portarti altro dolore.”
Clary guardò sua madre; Jocelyn era immobile e rigida, le lacrime le scendevano silenziose. Si ricordò della piazza a Parigi, di fronte a Sebastian, lui che le chiedeva: ‘Pensi riuscirai mai a perdonarmi? Voglio dire, pensi che il perdono sia possibile per qualcuno come me? Come sarebbe andata se Valentine ti avesse cresciuta insieme a me? Mi avresti amato?’
“Io non ti odio,” disse infine. “Odio Sebastian. Non conosco te.”
Le palpebre di Jonathan si chiusero. “Una volta ho sognato un luogo immerso nel verde,“ sussurrò. “Una villa e una bambina coi capelli rossi, e i preparativi per un matrimonio. Se esistono mondi paralleli, allora magari ne esiste uno in cui sono stato un buon fratello e un buon figlio.”

Sebastian. Ormai è cosa risaputa la mia opinione su questo personaggio, che lo reputi il miglior personaggio dell’intera saga ve l’ho inculcato così bene in testa che non sarebbe necessario aggiungere altro, ma sono poche le cose che mi hanno tenuta sulle spine, che mi hanno elettrizzata e terrorizzata, come i capitoli di cui è stato protagonista. L’acume, l’ingegno, l’intelligenza spietata e il calcolo chirurgico di opportunità e possibilità fanno di Sebastian un nemico molto al di sopra degli Shadowhunters tutti, a cui si aggiunge lo straordinario vantaggio che proprio questi gli concedono sottovalutandolo in maniera non solo fastidiosa, ma decisamente imbarazzante, fino a quando non sembra essere troppo tardi. Il Conclave, così fossilizzato nella sua arrogante convinzione di essere alla guida di un popolo superiore, invincibile in nome di un Sangue e di un Patto la cui sacertà è stata ripetutamente violata nel corso dei secoli – al punto che Raziel stesso, in caso di evocazione, rifiuterebbe loro la sua terrifica benevolenza -, non è capace di cogliere la portata del pericolo che incombe sul mondo e non è all’altezza della sfida che Sebastian conduce metodicamente una mossa dopo l’altra. Dall’attacco alla Città di Diamante al rapimento dei Rappresentanti dei Nascosti, dall’attacco diretto ad Alicante al patto stretto con Clary, la rinuncia alla sua conquista in cambio della sovranità su di un regno demoniaco con lei al suo fianco, per sempre… non c’è un solo momento in cui non sia Sebastian a condurre le fila di un gioco superbo. Sempre un passo avanti a chiunque, sempre meravigliosamente costruito, nella vittoria così come in quella sconfitta che, a conti fatti, non è la perdita della battaglia ma la sua redenzione, l’agognata liberazione dal male che Valentine gli ha imposto di incarnare e oltre al quale nessuno è mai stato capace di andare. Perché è vero, Sebastian è terribile. Controverso, se non perverso, spietato. Ambizioso, opportunista, feroce. Ma non ha scelto di essere così e a causa di suo padre non ha conosciuto altro che odio e disprezzo. Da parte di Jocelyn in primis, la madre che lo piange ma che di fatto non conserva neppure una briciola d’amore per il suo primogenito. Da parte di Clary, che mi ha fatto credere per qualche momento che qualcuno, un personaggio soltanto, potesse davvero arrivare a capire che il male non l’ha scelto, Sebastian, ma dal male è stato scelto e non ha avuto possibilità di ribellarsi, e che dietro ogni sua azione non c’era che l’enorme desiderio di riempire d’amore l’enorme voragine di abbandoni e mancanze con cui è cresciuto e da cui, alla fine, è stato completamente inghiottito. Certo, i modi sono discutibili e poco ortodossi. Molto, discutibili, e per niente, ortodossi, però mossi da una disperazione che una volta intuita stringe il cuore in una morsa di pena e dispiacere che è impossibile ignorare. Sebastian è il vero protagonista della saga, quello che non puoi dimenticare neppure quando non è fisicamente presente e che costringe tutti, ma davvero tutti, a fare i conti con la propria volontà e i propri desideri – solo per questo, per quel che mi riguarda, si merita tutta questa pappardella innamorata che vi propino.

Allora Magnus pensò ad Alec, ai suoi occhi azzurri e al suo costante sorriso. Pensò a quando l’aveva lasciato nei tunnel sotto New York. Pensò al perché l’aveva fatto. Sì, la sua disponibilità a vedere Camille l’aveva mandato in bestia, ma c’era qualcosa di più. Ricordò Tessa che piangeva tra le sue braccia a Parigi, facendogli pensare che lui non aveva mai conosciuto un senso di perdita come il suo perché non aveva mai amato come lei, e allora aveva avuto paura che un giorno l’avrebbe fatto e avrebbe perduto il suo amore mortale com’era capitato a lei. E che era meglio essere chi moriva piuttosto che chi gli sopravviveva. In seguito l’aveva accantonata come una fantasia morbosa, e non l’aveva più ricordata fino ad Alec. L’aveva straziato allontanarsi da lui, ma l’amore per i mortali… era stato quello a distruggere gli Dei, e se aveva distrutto gli Dei, Magnus poteva difficilmente sperare che a lui sarebbe andata diversamente.

Lo ammetto, è difficile parlare degli altri personaggi dopo aver così smaccatamente dichiarato il mio amore per quello che sistematicamente tenta di distruggerli/rapirli/ucciderli/costringerli ad amarlo. Ai miei occhi – di parte – sono tutti chiaramente incolore, insapore, privi di quella voce magnifica che ha caratterizzato così bene il loro antagonista… andando in ordine sparo, così come sono rimasti impressi nella mia mente, Alec è quello che più ho trovato insopportabile. Non so se sia voluto o meno, ma ho avuto come l’impressione che il suo unico ruolo fosse quello di piagnucolare sullo sfondo, vittima del suo essere omosessuale in un contesto fortemente omofobo (o, più in generale – come nel caso di Aline e Helen -, contrario al non essere eterosessuali) e delle sue stesse insicurezze, del suo bisogno di avere Magnus al suo fianco e al tempo stesso della sua incapacità di capirlo davvero, di accettare i pesi della sua immortalità, di andare oltre il suo essere giovane e inesperto per comprendere le difficoltà della sua controparte. E il tutto rientrando nei canoni del riflessivo, di quello maturo, il contrappunto all’impulsività di Jace che il più delle volte è fuori luogo, tormentato da problemi che esistono solo nella sua testa, convinto di dover essere sempre e comunque l’eroe della situazione. Ma è anche vero che il fardello del Fuoco Celeste non è un fardello facile, e che Jace, se non altro, dimostra più presenza di spirito di chiunque altro gli stia accanto nel reagire con una certa tempestività alle situazioni. Clary, al contrario… non riesco ad abbandonare del tutto l’idea che non sia il personaggio forte che tutti decantano, ma che di fatto sia scivolata piano piano verso una stereotipatissima Mary Sue dai colori sbiaditi. Izzy, invece, è l’emblema di una confusione che è squisitamente adolescenziale, un bel contrasto con l’immagine da bella senz’anima che la Clare ha così disperatamente cercato di portare avanti. C’è una dignità, in Isabelle, un orgoglio feroce che manca ai suoi fratelli e alla sua compagna Clary – e sull’amicizia tra loro due si potrebbe aprire un capitolo infinito, in realtà, perché mai vicinanza mi è sembrata così forzata e in così poche pagine -, e che riecheggia invece in Simon, nel suo essere bene o male una persona normale che si ritrova coinvolta in un mondo troppo grande per lui e per la cui salvezza sacrifica quanto di bello gli è rimasto. Ho pianto, quando Simon ha ceduto la propria immortalità e i propri ricordi del mondo delle ombre ad Asmodeo. Ho pianto e piangerei di nuovo adesso, se mi permettessi di soffermarmi sulla portata del gesto – sacrificare ogni cosa, letteralmente, per permettere ad un gruppo di persone che non l’hanno mai apprezzato davvero fino a quando non ha mostrato loro di essere infinitamente migliore, nella sua umanità, del sangue d’angelo che portano nelle vene, se non è nobiltà questa io davvero non so – e se non dovessi parlare della straordinaria figura che è, invece, Magnus. L’ho snobbato in quasi tutti i libri, relegandolo un po’ al margine di una narrazione non entusiasmante, troppo glitterato e troppo superficiale per poterlo apprezzare a pieno, ho sofferto invece la sua metamorfosi negli ultimi due volumi come un pugno in pieno stomaco. Ci vuole forza per vivere una vita senza fine, con la consapevolezza di essere condannati a sopravvivere a chiunque si abbia il coraggio di amare, senza permettere al dolore di trincerare il cuore in una gabbia di ostilità e sofferenza. Ci vuole tanta forza, e in quest’ultimo, drammatico capitolo, Magnus da prova di essere l’involucro di un amore così tenace da vincere paura, orgoglio e solitudine, di saper e sapersi perdonare, di non essersi irrigidito nelle sue sofferenze, di saper abbracciare la vita e la sua pienezza tanto nel bene quanto nel male.

Clary guardò –  e poi guardò più attentamente. Vide una ragazza che sembrava avere circa diciannove anni: aveva i capelli castani sciolti e un viso dolce. Indossava un vestito verde, un po’ vecchio stile, e una collana di giada. Clary l’aveva già vista prima, ad Alicante, mentre parlava con Magnus alla festa del Conclave in piazza dell’Angelo.
Teneva per mano un ragazzo dai capelli scuri scompigliati,  molto affascinante e molto familiare; aveva un aspetto alto e slanciato nel suo completo nero elegante e camicia bianca che mettevano in risalto i suoi zigomi alti. Mentre Clary li guardava, lui si chinò per sussurrare qualcosa all’orecchio di lei, e lei sorrise col volto che si illuminava.

Questa recensione non finirà mai, ARGH! Perché come posso non parlare di Jem e Tessa? Come posso non dedicare loro due parole per sottolineare la maestria della Clare nel definire un quadro d’insieme che dal 1800 e qualcosa si spinge fino alla quotidianità dei personaggi che ci hanno fatto compagnia per sei libri? La rinascita di Jem, da Fratello Silente a semplice ragazzo apparentemente senza nome e senza storia, che pur non avendo più l’argento nei capelli e negli occhi è impossibile non associare al guerriero slanciato ed elegante, fintamente fragile, già conosciuto in un altro tempo. Ho trovato semplicemente meraviglioso che spettasse proprio a lui, uno dei passati protagonisti della saga, a farsi carico di vegliare su quelli che saranno i futuri protagonisti: Jem, che non si fa chiamare così ma che per me non è possibile chiamare in altro modo, si erge a silenzioso protettore tanto della sua parente più prossima (e cronologicamente lontana) quanto del suo futuro parabatai, con fratellini al seguito, suggellando la promessa di un ritorno di personaggi già amati al fianco di personaggi già facili da amare. Perché Emma, così tenace e ostinata, così forte nella tempesta che la vita ha abbattuto sulla sua giovane esistenza, è una roccia che nasconde un cuore prezioso, avido di verità e riscatto, un’anima pulita che non permette alle brutture del suo mondo di lasciare impronte indelebili. E Jules, di cui accetta di diventare la parabatai nonostante quella vocina interiore che le suggerisce di aspettare, di non correre troppo, pur di stare al suo fianco, è un futuro giovane uomo con troppo responsabilità per le sue spalle di bambino, che coraggiosamente si fa carico di essere padre e fratello di una schiera di bambini con cui dovrebbe solamente giocare e ridere. Lo so, da come ne parlo sembra che questi personaggi abbiano avuto molto più spazio di quello che è stato loro concesso, mentre invece è evidente che le cose non siano andate proprio così e che siano stati relegati ai margini, ma è giusto così. Per quanto li preferisca di gran lunga ai veri protagonisti di questa doppia trilogia, so per certo che avranno spazio e carta e inchiostro e pixel nel futuro, che la loro storia è ancora tutta da scrivere e che i germogli, sapientemente coltivati dalla mano (non troppo e non sempre) amorevole della Clare sbocceranno più avanti nel tempo, consegnandoci dei fiori di fantasia meravigliosi.

Tutti noi siamo i frammenti di ciò che ricordiamo. Racchiudiamo in noi le speranze e le paure di coloro che ci amano. Finchè ci sono l’amore e il ricordo, non ci sono vere perdite.

Mi riesce difficile tirare le somme di questa recensione e portarla alla conclusione. Sono restia agli addii, e chiudendola mi troverei costretta a riporre questo romanzo eccezionale su uno scaffale, per dedicarmi – come di fatto sto già facendo – ad altre letture. So di doverlo fare, so che sto abusando della vostra pazienza e del mio tempo libero, ma ci sarebbero veramente un’infinità di altre cosa da dire su Città del Fuoco Celeste. Dovrei parlare di Maia e Bat, di Maureen, di Asmodeo, di Maryse e Robert, di Jocelyn e Luke. Mi rendo conto di aver tralasciato un’infinita di personaggi, situazioni, vicende, e che vi ho propinato al contrario un papiro su Sebastian (che tipo tutti odiano), e una marea di critiche sui protagonisti veri e propri del romanzo. Ed è legittimo, di conseguenza, chiedersi perché gli abbia dato cinque punti su cinque nonostante tutto.
Eh, che vi devo dire? Cassandra Clare ha fatto centro, con questo romanzo. Perché nonostante le mie personali antipatie per i suoi protagonisti, la vicenda è costruita in maniera che definire magistrale è poco, in un concatenarsi di passato, presente e futuro che traccia un disegno generale amplissimo e ben studiato, tra colpi di scena e parentesi più tranquille, modulando una narrazione avvincente e davvero molto bella. Le atmosfere dei primi capitoli sono mozzafiato, evocative di un clima di paura e tensione senza eguali nei suoi precedenti romanzi – segno, tra le altre cose, di una sua personale maturazione stilistica, di scrittrice, che abbandona finalmente i toni superficiali dei primi libri per abbracciare uno stile narrativo più visivo, efficace e poetico. Città del Fuoco Celeste è il miglior finale possibile, il riscatto per una saga che sì, bellina, ma mai eccezionale come il suo capitolo conclusivo. Consigliarvi questo romanzo significa consigliarvi di leggere prima quasi tutto quello che la Clare ha scritto e magari non tutti hanno voglia di farlo – soprattutto alla luce del fatto che non tutto ciò che Cassandra ha scritto è davvero così meraviglioso… -, ma se decidete di imbarcarvi nell’impresa dovete farlo tenendo a mente quanto tutta la fatica verrà ripagata da questo libro, che chiuderete con un senso di soddisfazione non indifferente, carichi di aspettative per quelli che saranno e alleggeriti di qualche litro di lacrime versate in corso di lettura. Avete la mia parola, non ve ne pentirete.

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Autore: Chiaraleggetroppo

Venti +5, mi divido tra Trieste e Forlì. Leggo libri, guardo film, penso troppo. L’amore della mia vita ha quattro zampe, il pelo nero e si chiama Kora. #SonoFattaPeggioDiMale

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