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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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Citazione: “Ladri di sogni”, Maggie Stiefvater.

Noah si strofinò la macchia sul viso. Ma non se ne andò. Non se ne andava mai. Disse: «Conosco qualcuno che potresti baciare».
«Chi?» Lei notò che aveva uno sguardo divertito. «Oh, aspetta.»
Lui scrollò le spalle. Probabilmente era l’unica persona che Blue conosceva che potesse dare un’alzata di spalle da sdraiato. «Tanto non mi ucciderai. Voglio dire, se sei curiosa…»
Lei non pensava di essere curiosa. Dopotutto, non era mai stata una possibilità. Non poter baciare nessuno era come essere povera. Provava a non soffermarsi su cose che non poteva avere. Ma ora…
«Okay» disse lei.
«Cosa?»
«Ho detto okay.»
Lui arrossì. O meglio, dato che era morto, assunse un colorito normale. «Uh.» Si alzò su un gomito. «Bene.» Lei alzò il viso dal cuscino. «Ma tipo…»
Lui si chinò verso di lei.
Blue sentì un brivido per mezzo secondo. No, per un quarto di secondo. Perché dopo quello sentì l’increspatura fin troppo consistente delle sue labbra tese. La bocca di lui le premette sulle labbra finché non incontrò i denti. Era tutto semplice, elettrizzante ed esilarante al tempo stesso. Entrambi scoppiarono in una risata imbarazzata. Noah disse: «Bah!». Blue pensò di pulirsi la bocca, ma sapeva che sarebbe stato maleducato. Non era affatto coinvolgente.
«Bene» disse lei.
«Aspetta» replicò Noah «aspettaspettaspetta.» Le tolse un capello dalla bocca. «Non ero pronto.»
Agitò le mani come se le labbra di Blue fossero un evento sportivo e ci fosse una buona possibilità di farsi venire i crampi.
«Vai» disse Blue.
Questa volta arrivarono solo a un respiro dalle reciproche bocche prima di iniziare a ridere. Lei accorciò la distanza e fu premiata con un altro bacio, che le diede la sensazione di baciare una lavatrice.
«Sto facendo qualcosa di sbagliato?» suggerì.
«A volte è meglio con la lingua» rispose lui, dubbioso.
Si guardarono.
Blue strizzò gli occhi. «Sei sicuro di averlo già fatto?»
«Ehi!» protestò lui. «Per me è strano, perché sei tu
«Be’, per me è strano perché sei tu
«Possiamo fermarci.»
«Forse dovremmo.»
Noah si raddrizzò di più, sempre puntellandosi con il gomito, e fissò vagamente il soffitto. Infine le lanciò un altro sguardo.
«Hai visto qualche film… con dei baci? Le tue labbra devono essere, tipo, devono voler essere baciate.»
Blue si toccò la bocca.
«Cosa stanno facendo adesso?»
«Sono serrate.»
Lei unì e separò le labbra. Noah aveva ragione.
«Quindi immaginati uno di quelli» suggerì Noah.
Lei sospirò e frugò nei suoi ricordi fino a trovarne uno che faceva al caso.
Non era il bacio di un film, però. Era il bacio che l’albero sognante le aveva mostrato a Cabeswater. Il suo primo e unico bacio con Gansey, prima che lui morisse. Pensò alla sua bocca sottile mentre sorrideva. Ai suoi occhi belli quando rideva. Chiuse i suoi. Puntellando l’altro gomito accanto alla testa di lei, Noah si avvicinò e la baciò di nuovo. Questa volta era più un pensiero che una sensazione, un soffice calore che partiva dalla sua bocca e si espandeva nel resto del corpo. Una delle sue mani fredde scivolò dietro il collo di lei, e continuò a baciarla, schiudendo le labbra. Non era solo un tocco, un’azione. Era un tentativo di semplificazione da parte di entrambi: non erano più Noah Czerny e Blue Sargent. Erano solo lui e lei. Nemmeno quello. Erano solo il tempo che tenevano tra di loro.
Oh, pensò Blue. Quindi è questo che non potrò avere.
Non poter baciare la persona di cui si sarebbe innamorata non sembrava tanto diverso dal non avere un cellulare come tutti gli altri. Non sembrava diverso dal sapere che non avrebbe studiato ecologia all’estero, o che non sarebbe mai andata all’estero e basta. Non sembrava tanto diverso dal sapere che Cabeswater sarebbe stata l’unica cosa straordinaria della sua vita .
E ciò voleva dire che era insopportabile, ma lei doveva sopportarlo comunque.
Perché non c’era nulla di male nel baciare Noah Czerny, a parte il suo essere freddo. Lei gli permise di baciarla, e lo baciò a sua volta, fino a quando lui si appoggiò di nuovo sul gomito e, goffamente, le asciugò le lacrime che le rigavano le guance con il polso. La macchia sul suo viso era diventata molto scura, e lui era abbastanza freddo da farla rabbrividire. Blue gli rivolse un sorriso umido. «È stato super bello.»
Lui si strinse nelle spalle, gli occhi tristi. Stava scomparendo. Non che potesse vedere attraverso di lui, ma diventava difficile ricordarsi come fosse fisicamente anche mentre lo guardava. Quando lui voltò la testa, lo vide deglutire.
«Ti chiederei di uscire, se fossi vivo» farfugliò.
Il mondo era ingiusto.
«Ti direi di sì» rispose lei.
Ebbe solo il tempo per vederlo sorridere appena. E poi lui scomparve. Blue si alzò a sedere al centro di quel letto improvvisamente vuoto. Sopra di lei, le travi brillavano nella luce estiva. Blue si toccò la bocca. La sensazione fu quella di sempre. Per niente come se avesse avuto il suo primo e ultimo bacio.


La magica linea di prateria è stata risvegliata e la sua energia affiora. I ragazzi corvo, un gruppo di studenti della scintillante Aglionby Academy, sono sulle tracce del mitico re gallese Glendower, che dovrebbe essere nascosto nelle colline intorno alla scuola. Con loro c’è Blue, che vive in una famiglia di veggenti tutta al femminile. A lei è stato predetto più volte che quando bacerà il ragazzo di cui sarà davvero innamorata, questi morirà. Sulle prime sembra che il suo cuore batta per Adam, ma forse è Gansey quello che ama davvero… Intanto Ronan s’inoltra nei suoi sogni, da cui può uscire di tutto. Del resto è uno che ama sfidare il pericolo. Mentre il tormentato Adam, con un passato pesante alle spalle, s’inoltra sempre più in se stesso, cercando una sua strada nella vita. Nel frattempo c’è un individuo sinistro che è anche lui sulle tracce di Glendower. Un uomo pronto a tutto.
Di Raven Boys, Entertainment Weekly ha scritto: “L’avventura paranormale di Maggie Stiefvater si legge d’un fiato e vi farà chiedere a gran voce il secondo libro.” Ecco il secondo libro, con la stessa fervida immaginazione, lo stesso intreccio inquietante e romantico, e le svolte mozzafiato che Maggie Stiefvater sa costruire.


 

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#13 Paperboy – Fidanzati di carta

Source: Pinterest.Giusto ieri sera blateravo con Cee di Se solo sapessi dire sui Raven boys, aka i manzi più manzi di questo 2015 di letture piuttosto frenetiche (almeno al momento), e non ho mancato di registrare l’incredibile entusiasmo della mia socia in fangirlate moleste per il loro leader.
Ed effettivamente, a ben pensarci, Richard Gansey III ha effettivamente un suo perché.
Il nobile rampollo della schifosamente ricca e socialmente ben piazzata famiglia Gansey è, a prima vista, un modello Abercrombie con un portafoglio che non conoscerà mai la triste desolazione del non contenere abbastanza monetine per comprare un caffè: alto, di bell’aspetto, capelli castano e occhi color nocciola, è solito aggirarsi per il mondo con addosso o l’esclusiva uniforme della Aglionby o con polo dai colori improponibili e scarpe da barca ai piedi, in compagnia di una Camaro dal colore improbabile (arancione) affettuosamente soprannominata “il catorcio”. Al suo fianco, gli immancabili Ronan Lynch, Adam Parrish e Noah Czerny – accessori di tutti rispetto, nonché amici e compagni nella cerca di Glendower, il re dormiente che insegue con una passione tale da oscurare tutto quanto possa esserci di fastidioso in lui. Tipo il conto in banca dall’imbarazzante numero di zeri combinato ad una bellezza stratosferica. O il carisma indiscusso che lo rende un faro attorno a cui gravitare, una persona per la quale si è disposti a sacrificare ogni cosa solo per il privilegio della sua approvazione. Quello che veramente di lui colpisce, però, è la totale dedizione con cui insegue, lungo la linea di prateria che scivola accanto ad Henrietta, il suo sogno. Il tempo che ci impiega, il sangue che sacrifica, l’assoluta abnegazione con cui raccoglie e riordina indizi in un puzzle ben lontano dall’essere completato e che ha come origine un episodio accaduto durante la sua infanzia, quando – giocando a nascondino – si avventurò nella foresta dietro casa e mise un piede in fallo sopra un nido di calabroni. Allergico alle punture al punto che una soltanto sarebbe stata sufficiente ad ucciderlo, il piccolo Gansey si ritrova avvolto dagli insetti ma ha in dono una seconda occasione di vita da una voce che reputa appartenere a Glendower stesso. E nello stesso momento, sulla stessa linea, Noah Czerny muore, ingiustamente. Non mi è facile riuscire a capire questo ragazzo che, pur cercando di dosare le parole con attenzione, ferisce gli altri involontariamente e riesce a farsi amare in una maniera troppo genuina per poter essere semplice convenienza. Tuttavia neppure io posso nascondere di essere vittima – marginale, ci sono Raven boys molto molto molto più interessanti! – del suo fascino assassino. Un po’ bambinone, un po’ esploratore, a volte infantile e a volte straordinariamente saggio: Richard Gansey III, signore mie, il rampollo che tutte voi vorreste presentare a mamma e papà. Per poi scappare via, a godervelo tutto sui sedili di pelle del Catorcio.

L’albero li trascinò in una visione.
In questa visione, la notte spargeva riflessi luccicanti sull’asfalto bagnato e fumante, mentre il semaforo da verde diventava rosso. La Camaro era ferma su un marciapiede, e Blue sedeva alla guida. C’era un forte odore di benzina. Blue vide di sfuggita una camicia sul sedile del passeggero: era Gansey. Lui si protese sopra il cambio per premerle le dita sulla clavicola scoperta. Il suo respiro era caldo sul collo di lei.
Gansey, lo ammonì lei, ma si sentiva fragile e pericolosa.
Voglio solo fare finta, disse Gansey, soffiandole le parole sulla pelle. Voglio fare finta di poterlo fare.
La Blue nella visione chiuse gli occhi.
Forse non farà male se sarò io a baciarti, disse lui. Forse è solo se tu baci me…

Source: Pinterest.

 

Richard caro, niente paura: noi possiamo essere baciate tutte le volte che vuoi e l’unica preoccupazione che potremmo darti riguardo lo stato delle tue preziose polo nel momento in cui ti saranno strappate di dosso. Ok? Ok.


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#34 Teaser Tue—Thursday!

Teaser lunghissimo, ma davvero… come si può non amarlo? Sempre Maggie Siefvater, sempre Ladri di sogni. Avete detto bene, mi sta prendendo moltissimo: posso già prevedere quanto sarà difficile recensirlo. Buona giornata!

Gareggiare non era tanto facile quanto ci si aspettava per Ronan Lynch. I più rispettavano i limiti di velocità. Visto che le gare si guadagnavano parecchio spazio sui giornali, la maggior parte dei piloti era troppo timorosa, troppo retta, o troppo ingenua per essere provocata. Anche quelli che avevano valutato l’ipotesi di qualche minuto di corsa tra i semafori sapevano di non avere veicoli adatti allo scopo. Le gare non si trovavano in strada. Dovevano essere alimentate. Era così che Ronan Lynch trovava guai.
Serviva una macchina di un colore sgargiante, per cominciare. Ronan aveva passato molto tempo a giocare come unica macchina nera tra veicoli color confetto. Aveva bisogno di una due volumi o di una coupé. Quasi mai di una decapottabile. Nessuno voleva scompigliarsi i capelli. Ecco la lista dei desideri di un pilota clandestino: parti di ricambio su una qualsiasi macchina, tubi di scappamento rumorosi, parafanghi rasoterra, una presa d’aria cavernosa sul cofano, fanali tinti, fiamme diverse dipinte sulle fiancate. E un’auto qualsiasi con un alettone. Più sembrava una maniglia per sollevare la macchina, meglio era. La silhouette di una testa rasata o di un cappello indossato storto erano segni promettenti, come un braccio penzoloni fuori dal finestrino. Una mano abbronzata sullo specchietto era ancora meglio. I bassi potenti erano una chiamata alle armi. Lo erano anche le targhe, a meno che ci fossero scritte cose tipoHOTGURL o LVBUNY. Gli adesivi sul paraurti invece spegnevano l’entusiasmo, a meno che non rappresentassero radio appartenenti a college. Oh, e i cavalli non significavano nulla. La metà delle volte, le migliori macchine da corsa venivano guidate da banchieri di mezz’età spaventati da qualunque cosa si nascondesse sotto il loro cofano. Ronan di solito evitava le auto con più passeggeri, supponendo che un pilota solitario fosse più incline a consumare le gomme al cambio di luci del semaforo. Ma ora sapeva che i passeggeri giusti avrebbero incitato anche un pilota solitamente tranquillo. Non c’era nulla che a Ronan piacesse di più di un ragazzino abbronzato fuori per metà da una rumorosa e quasi morta Honda rossa piena di amici. Ed era così che iniziava: muso alto davanti al semaforo. Gli occhi dei piloti si incrociavano. Si spegneva l’aria condizionata per dare alla macchina qualche cavallo in più. Si portava su di giri il motore. Si sorrideva pericolosi.
Era così che Ronan trovava i guai, tranne quando i guai erano Kavinsky. Perché in quel caso, erano i guai a trovare lui.
Dopo la messa, Ronan e Noah si diressero verso il condominio in cui Kavinsky viveva con la madre. Ronan aveva avuto una mezza idea: mettere il paio di occhiali onirico nella cassetta della posta di Kavinsky, o lasciarglieli sotto i tergicristalli della Mitsubishi. L’aria condizionata era al massimo per combattere la calura di mezzogiorno. I grilli si cantavano serenate a vicenda. Non c’erano ombre.
«Abbiamo compagnia» disse Noah.
A un incrocio, Kavinsky accostò con la macchina alla BMW. Il semaforo diventò verde, ma la strada dietro di loro era vuota e nessuno dei due si mosse. I palmi di Ronan erano improvvisamente sudati. Kavinsky abbassò il finestrino. Ronan fece lo stesso.
«Frocio» disse Kavinsky, schiacciando l’acceleratore. La Mitsubishi emise un guaito e sussultò. Era un capolavoro magnifico e raccapricciante allo stesso tempo.
«Russo» rispose Ronan. Anche lui schiacciò l’acceleratore. La BMW ruggì, un po’ più piano.
«Ehi, piano con le parole.»
Aprendo il cruscotto, Ronan tirò fuori gli occhiali che aveva sognato quella notte. Li lanciò sul sedile del passeggero di Kavinsky attraverso il finestrino.
Il semaforo diventò giallo, poi rosso. Kavinsky raccolse gli occhiali e li studiò. Si calò il paio che indossava sul naso e li studiò ancora. Ronan fu contento di vedere quanto fossero simili le due paia. L’unica cosa che aveva sbagliato era il colore: la tinta onirica era un po’ più scura. Sicuramente Kavinsky, esperto falsario, li avrebbe apprezzati. Infine, Kavinsky fece scivolare lo sguardo su Ronan. Il suo sorriso era viscido. Compiaciuto del fatto che Ronan avesse capito il gioco.
«Ben fatto, Lynch. Dove li hai trovati?»
Ronan abbozzò un sorriso. Spense l’aria condizionata.
«È così che vuoi comportarti? Vuoi fare il difficile?»
Il semaforo opposto diventò giallo.
«Sì» disse Ronan.
Scattò il verde. Senza alcun preludio, le due macchine schizzarono fuori dai segni. Per due secondi la Mitsubishi fu avanti, ma Kavinsky cambiò la marcia, dalla terza alla quarta.
Ronan non lo fece. Kavinsky gli rombò accanto. Mentre Ronan svoltava l’angolo, Kavinsky suonò il clacson due volte e fece un gestaccio. Poi Ronan uscì dal suo campo visivo, diretto alla Monmouth Manufacturing.
Nello specchietto retrovisore si concesse il più lieve dei sorrisi.
Ecco come ci si sentiva a essere felici.

 


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Mini-review: “Mentre fuori nevica”, Sarah Morgan.

Titolo: Mentre fuori nevica
Titolo originale: Sleigh bells in the snow
Autore: Sarah Morgan
Editore: Harlequin Mondadori
Pagine: 304
Anno: 2014

Sinossi
Kayla Green odia il Natale. Farebbe qualsiasi cosa per evitarlo del tutto, così, quando le si presenta l’occasione di lavorare durante le vacanze, la coglie al volo. Kayla è un mostro sacro delle pubbliche relazioni, e ora dovrà occuparsi di una struttura alberghiera di lusso in montagna. Perfetto! Quello che non sa è che l’impresa del suo cliente, Jackson O’Neil, è a conduzione familiare, che lì tra montagne innevate e addobbi di stagione il Natale è più presente che mai, e che l’atmosfera è calda, accogliente e decisamente festiva. Inoltre, a rendere più coinvolgente e inebriante il suo soggiorno tra i monti ci si mette pure questa intensa e fastidiosa attrazione per Jackson. Un’attrazione che la porterà chissà dove. Ma certo non a letto con lui. O sì?

Decisamente il libro più bello che abbia letto durante prima delle vacanze di Natale. Non che avessi bisogno di una spintarella, per entrare in atmosfera natalizia… al contrario di Kayla Green, biondissima grinch delle pubbliche relazioni, inizio a smaniare per i canti, le lucine e i pacchi ben prima che diventi socialmente accettabile ordinare compulsivamente maglioni con motivi a renne online. Ed è stato strano, all’inizio, ritrovarmi a leggere di qualcuno che, al contrario, ha quasi paura di questo frenetico periodo dell’anno e cerca ogni scusa possibile per evitarlo. Proprio perché in fuga dal Natale (presente e degli anni passati), Kayla accetta di passare le feste a lavorare in uno splendido resort di lusso, per conoscere meglio i suoi nuovi clienti. Caso vuole, però, che la situazione non sia affatto semplice come l’aveva programmata e che, tra nonni scorbutici, madri invadenti, panorami mozzafiato e un Jackson O’Neill che – mannaggia a me – avrebbe dovuto vincere il titolo di Mr. Paperboy a mani basse e senza colpo ferire, il Natale saprà coglierla impreparata e, sopra ogni altra cosa, stupirla, insegnandole che non tutte le decorazioni vengono per nuocere e che un regalo non necessariamente è qualcosa da scartare. Al limite, infatti, lo si può anche spogliare…
Cosa dire? Questo romanzo scalda il cuore. Si ride, ci si commuove, ci si indigna e ci sente lo stomaco tutto aggrovigliato per l’eccitazione. Non è un capolavoro, è una romance. Ma è molto dolce, è piacevole come scivolare in una vasca d’acqua bollente dopo una lunga giornata al freddo ed è bello sapere di poter fare affidamento su un romanzo che è la perfetta garanzia di un’evasione da sogno dalla realtà. Solo un’altra autrice è riuscita a regalarmi il desiderio di vivere in un romanzo, ed è Nora Roberts. Sarah Morgan, inutile dirlo, aspetto i prossimi volumi della saga per vedere se la magia continua o se è destinata a rimanere concentrata in questo unico volume! Jackson e Kayla sono bellissimi e sono anche due grandissimi testoni che s’inseguono più o meno consapevolmente, prendendosi a testate lungo la via pur di non cedere all’attrazione incredibile che li lega l’uno all’altra. Per come la vedo io, se potessi mollerei tutto per andare a lavorare allo Snow Crystal. Voci di corridoio dicono che Jackson abbia un gemello niente male, e se proprio lui non vi garba, c’è anche un terzo fratello, ex campione di sci, ancora libero sul mercato. A buon intenditore…!


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#33 Teaser Tuesday

Sarò sincera, la Stiefvater sta rapidamente piazzandosi in testa alla classifica delle mie autrici preferite. Dopo Raven boys, è questa settimana è la volta di Ladri di Sogni, secondo volume della saga. Enjoy!

L’Uomo Grigio tirò fuori un raccoglitore dalla sua borsa di tela e lo aprì sul copriletto. C’era il programma di un corso di studi: Storia Medievale I. Letture obbligatorie: Fraternity in Anglo-Saxon Verse. S’infilò un paio di auricolari e selezionò una playlist dei Flaming Lips. Si sentiva sostanzialmente felice.
Squillò il telefono lì accanto. La gioia dell’Uomo Grigio diminuì. Il numero sullo schermo non era di Boston, e dunque non poteva essere suo fratello maggiore. Quindi accettò la chiamata.
«Buonasera» disse.
«Lo è? Credo di sì.» Era il dottor Colin Greenmantle, il professore che gli dava da vivere. L’unico uomo con un paio di occhi più intensi di quelli dell’Uomo Grigio. «Sai cosa mi renderebbe più facile chiamarti? Sapere il tuo nome.»
L’Uomo Grigio non rispose. Greenmantle era in contatto con lui da cinque anni senza conoscere ancora il suo nome; e potevano benissimo passarne altri cinque. L’Uomo Grigio pensò che se avesse continuato a non usarlo per molto tempo, lui stesso avrebbe potuto dimenticare il proprio nome, e diventare una persona totalmente diversa.
«L’hai trovato?» chiese Greenmantle.
«Sono appena arrivato» gli ricordò l’Uomo Grigio.
«Avresti potuto rispondere alla domanda. Avresti potuto dire semplicemente no
«No non è la stessa cosa di non ancora
Greenmantle tacque per un momento. Un grillo frinì appena fuori dalla finestrella. «Voglio che ti sbrighi con questa cosa» disse il professore.
Da qualche tempo l’Uomo Grigio stava dando la caccia a cose che non potevano essere trovate, non potevano essere comprate, non potevano essere acquisite, e il suo istinto gli diceva che il Greywaren non era qualcosa che avrebbe ottenuto velocemente. Ricordò a Greenmantle che erano già passati cinque anni da quando avevano iniziato a cercarlo.
«Irrilevante.»
«Perché tutta questa fretta?»
«Altre persone lo stanno cercando.»
L’Uomo Grigio posò lo sguardo sugli strumenti. Non avrebbe permesso a Greenmantle di rovinare la sua tranquilla esplorazione di Henrietta. Disse ciò che Declan Lynch sapeva già.
«Ci sono sempre state altre persone a cercarlo.»
«Non sono sempre state a Henrietta.»


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Recensione: “Il volo del drago”, Anne McCaffrey.

Titolo: Il volo del drago (Il ciclo di Pern #1)
Titolo originale: Dragonflight (Pern #1)
Autore: Anne McCaffrey
Editore: Nord
Pagine: 368
Anno: 1968

Sinossi
Il terzo pianeta di Rubkat era un luogo splendidamente adatto alla vita. Non appena l’uomo lo aveva scoperto si era affrettato a colonizzarlo. La prima spedizione che si era insediata sul pianeta Pern non aveva badato allo strano corpo celeste che descriveva un’orbita attorno ad esso. Ogni duecento anni quel mondo vagante riproponeva la sua minacciosa presenza e fu per questo che i coloni di Pern avevano creato una nuova specie: i Draghi. Essi erano in grado di fronteggiare la minaccia proveniente dallo spazio. Occorrevano però facoltà mentali superiori per allevare e addestrare un Drago, così si sviluppò l’ordine dei Dragonieri che finì per costituire una razza a sé e divenne protagonista di una serie di avventure che si trasformarono in leggenda.

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#1 Sunday bumbling

Stavo cercando di studiare, quando mi è capitato sotto il naso questo post di Susi. Non che sia particolarmente ferrata nel stilare classifiche di alcun genere, tendenzialmente vengo colta da un’improvvisa ansia da prestazione e la mia mente si trasforma in una tabula rasa – mi sento letteralmente come se non avessi mai letto un libro in vita mia -, ma mi son detta… perché non provarci? Poche cose mi piacciono al mondo quanto una buona tazza di tisana prima di andare a letto, la pizza margherita e i libri stronzi. Si potrebbe dire che sono la mia specialità, quindi niente, ecco la classifica dei dieci libri più stronzi di sempre, rigorosamente in ordine sparso.

Top Ten Books That Broke My Heart A Little

Sam Angus, Per te qualsiasi cosa. 
Le lacrime, signori miei, le lacrime. Scritto magistralmente, dal punto di vista del giovanissimo Stanley, questo libro apre uno spaccato nella cornice cruentissima della prima guerra mondiale per portare alla luce l’esistenza dei cani staffetta.
Da un punto di vista cinofilo è assolutamente impeccabile, leggerlo insegna davvero molto su un corretto approccio al cane e sull’importanza del legame che deve instaurarsi tra questo e il suo umano al fine di una serena vita assieme; da un punto di vista è umano posso assicurarvi che questo romanzo vi strapperà il cuore dal petto e lo ridurrà in minuscoli pezzettini senza il ben che minimo riguardo per la vostra salute mentale.
Siate pronti ad essere ridotti a mermellata.

|| Recensione || Citazione ||

Murakami Haruki, Norwegian Wood.
Dovessi definirlo in una sola parola, direi che questo romanzo è controverso. Ma controverso è ancora poco, perché se da un lato lo si odia – per motivi sconosciuti – dall’altro lascia un segno talmente grande che è impossibile non amarlo. La solitudine che soffoca tutti i protagonisti di questa storia è tale che ad un certo punto si trasferisce dalle pagine a chi la sta sfogliando, traducendosi in un senso di malessere che si può attribuire unicamente alla lettura. È un romanzo denso, tanto denso, forse troppo denso, che colpisce con l’intensità di un pugno sul naso ed è difficile dimenticare.
Diciamo che non mi ha letteralmente spezzato il cuore, non nell’accezione più comune dell’espressione, ma nel momento in cui ho concluso la lettura mi sono resa conto che qualcosa era scattato dentro di me e quel qualcosa a cui ancora adesso non so dare un nome non se ne è mai andato. Lascia il segno, indiscutibilmente. Nel bene e nel male.

Alice Sebold, Amabili Resti.
Sono felice di presentare ai miei nuovi lettori il libro che mi ha ridotta ad una gelatina umana singhiozzante lungo la tratta Bologna – Forlì, lo scorso settembre. E quando dico singhiozzante, non lo dico solo per enfatizzare l’impatto emotivo che ho accusato leggendo questo romanzo meraviglioso e terribile, ma lo intendo per davvero: un’intera carrozza di un treno regionale ha fatto finta di niente mentre mi soffiavo rumorosamente il naso e, a mia volta, cercavo di comportarmi come se fosse assolutamente normale reagire così ad un libro.
Susie Salmon non vi darà scampo, trust me, né tantomeno riuscirete a scampare alla malinconica tristezza della sua famiglia e dei suoi amici, alle prese con un dolore troppo grande.

|| Recensione || Citazione ||

Jenny Downham, Voglio vivere prima di morire.
Volete la verità? Colpa delle stelle è una passeggiata in riva al mare, una festa di compleanno continua, un cenone di Natale particolarmente felice rispetto a questo romanzo qui. Non ho niente contro John Green, che al contrario amo in maniera abbastanza viscerale, ma la verità è che se volete leggere una storia di adolescente con il cancro questo è IL libro per eccellenza.
Crudo, crudele, senza veli. Una coltellata suppongo sia meno dolorosa, e se proprio volete darvi il colpo di grazia allora fate come ho fatto io e guardatevi pure il film, dopo aver terminato la lettura. Piangerete così tanto e così forte che non solo sarà impossibile leggere le ultime pagine/guardare le ultime scene, ma sarete anche a corto di fiato e prossimi ad una crisi respiratore. ME-RA-VI-GLIO-SO!

|| Recensione || Citazione || Citazione ||

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino.
Difficile dire qualsiasi cosa su questo libro senza sentirsi morire un po’ dentro al pensiero del piccolo Oskar e della sua caccia ai Black attraverso New York. Non sono mai riuscita a trovare il coraggio di rileggerlo, ma di recente ho rivisto il film che ne hanno tratto (abbastanza fedele, non fosse che tutta la storia del nonno è stata brutalmente tagliata) e oh-mio-D.
Feelings. Lacrime. Singhiozzi.
L’intensità di questo romanzo è assoluta, le sue atmosfere coinvolgono completamente, i suoi personaggi aprono parentesi di vita senza eguali, rendendo più umana e concreta quella che è penso la città più idealizzata al mondo.
Foer, giovanissimo, ha scritto qualcosa di straordinariamente prezioso che, nonostante la conclusione “felice”, non manca di spezzare il cuore a chi legge per infiniti motivi.

Colleen Hoover, Tutto ciò che sappiamo dell’amore.
A questo libro si deve, fondamentalmente, la nascita di questo blog: è stata la primissima recensione che abbia mai scritto e fa sorridere vedere quanto siano cambiate le cose da allora. Quella che è rimasta costante, invece, è malinconica bellezza di questo romanzo godibilissimo, letto – all’epoca – in un pomeriggio soltanto. Probabilmente sarebbe cosa buona e giusta rileggerlo e recensirlo come merita, con un occhio molto più attento e molta più cura.
La storia di Lake e Will non passa inosservata, il loro amore proibito è struggente e malinconico e la Hoover, al solito, non sbaglia mai un maledettissimo colpo, regalandoci un libro davvero davvero davvero stronzo. E si conferma, puntuale, come una delle cause per l’abbattimento della foresta amazzonica, tramutatasi nella quintalata di fazzoletti necessari a sopravvivere alla lettura.

|| Recensione ||

Mirya, Trentatré.
“Attenzione, non si guarisce mai da questo libro”: ecco quello che Mirya non ha detto, quello che invece avrebbe dovuto scrivere a caratteri cubitali sotto al titolo del suo secondo romanzo. Perché questa è la triste verità, la trentatreite non conosce cura e non c’è scampo davvero, una volta che l’hai contratta. Te la tieni, ci convivi e preghi ardemente che non peggiori col tempo, punto.
Adesso, non c’è molto altro da dire su questo romanzo, che mescola assieme perle di verità e momenti esilaranti di leggerezza dando vita ad un universo meraviglioso, che non sia già stato detto e ribadito fino alla nausea. Mi limiterò a ribadire che vi spezzerà il cuore, riducendoli in infiniti fiocchi di neve. E lo farà con il sorriso, costringendovi pure a farne un pupazzo di neve.

|| Recensione || Citazione || Paperboy ||

Jodi Lynn Anderson, Tiger Lily.
No, non mi è ancora passata, va bene? VA BENE? NON POTETE GIUDICARMI, È IL MIO BLOG E POSSO PIAGNUCOLARE QUANTO VOGLIO, LAMENTANDOMI DELLA SOFFERENZA INFINITA CHE È STATA GUARDARE TIGER LILY SPINTANATA IN UN ANGOLO E ABBANDONATA IN FAVORE DELLA BIONDINA PERFETTA DI TURNO, OKAY? OKAY.
È una malattia, mi rendo conto, ma non riesco a fare meno di sentirmi come se fossi stata io ad essere lasciata. Ho il cuore spezzato da questo libro, letteralmente, e se qualcuno di voi fosse a conoscenza di una cura per liberarmi dal magone infinito che mi accompagna dal 17 gennaio (!!!) sarebbe cosa gradita.

|| Recensione|| Citazione || Citazione || Paperboy || Sunday bumbling (spoiler!) ||

Stephen Chbosky, Noi siamo infinito.
Questo libro non è un libro e basta. Questo libro è Charlie, un ragazzino alle prese con il primo anno di liceo e una serie di problemi irrisolti che lo inseguono come fantasmi, echi di una vecchia vita che non si spingono mai abbastanza vicini per esser sconosciuti ma che gravano sul suo spirito giovane. Ed è Charlie a spezzare il cuore, la sua tenerezza, la sua ingenuità, il suo modo un po’ sconsiderato di affrontare la vita e le sfide che gli rimbalzano davanti. La sua metamorfosi da ragazzo da parete a protagonista della festa, spezza il cuore. La sua storia, spezza il cuore. La sua voce pulita, così dolcemente ingenua, le sue lettere, il suo modo di raccontarsi e poi il crollo, la rivelazione, la disperazione che lui tace ma che sono assolutamente palpabili.
Quando ho finito questo libro, ho avuto l’impressione di dire addio per sempre ad un mio amico. Questo, più di ogni altra cosa, mi ha spezzato il cuore.

Kevin Powers, Yellow Birds.
Considerato quanto ci ho messo per scrivere la recensione di questo romanzo, non ci sarebbe un gran bisogno di stare a dirvi quanto mi ha toccata nel profondo. Il tempo parla da sé: letto in estate, recensito in inverno, Yellow Birds è una delle storie più drammatiche abbia mai letto in tutti i miei venticinque anni di vita.
Non c’è modo di sfuggire alla sofferenza che s’insinua, strisciante, tra le parole e le meravigliose immagini evocate. Non c’è modo di evitare di sentirsi lacerati tra un presente desolato e un passato che ha perduto ogni possibile speranza di gioia. E il futuro, così cupo e inarrivabile, non è che un miraggio nel deserto, inconsistente, inafferrabile.
Bellissimo, intenso, all’altezza di tutte le lodi che il mondo si è premurato di riservargli.

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