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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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Recensione: “Quanto ti ho odiato”, Kody Keplinger.

«Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te. Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friend, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».

Titolo: Quanto ti ho odiato
Titolo originale: The DUFF
Autore: Kody Keplinger
Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Anno: 2015

Bianca Piper ha diciassette anni, è cinica ma leale e non pensa minimamente di essere la più carina tra le sue amiche. È anche troppo intelligente per cedere al fascino di Wesley, il ragazzo più corteggiato e viscido della sua scuola. Bianca infatti lo detesta. Ma dato che le cose in famiglia non vanno granché bene e Bianca è alla disperata ricerca di una distrazione, un giorno finisce per baciare Wesley. Per scoprire addirittura che le piace. Desiderosa di fuggire dai problemi familiari, finisce per legarsi a lui e farci sesso. Ma Wesley è addirittura più scombinato del previsto e Bianca si ritrova terrorizzata all’idea di essersi innamorata proprio del nemico…

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#4 Sunday bumbling

Mi andava di continuare con le lettere, cosa vi devo dire? Scrivimi ancora, di Cecilia Ahren, è probabilmente uno dei libri più carini su cui abbia messo le mani e se non l’avete ancora letto allora fatelo, perché vi farà sorridere, piangere e divertire. Solo dopo avete il mio permesso per vedere il film – che non ho ancora visto, detto tra noi, devo assolutamente recuperare – perché va da sé che prima di legge il libro e poi si guarda come lo hanno ridotto sul grande schermo…!
Buona domenica, creature, e buone letture!

Al mio amico più insensibile e bastardo,
Ti scrivo questa lettera perché so che se ti avessi davanti mentre ti dico quello che ho da dirti molto probabilmente finirei col prenderti a pugni.
Non so più chi sei. Non riesco più a vederti. Tutto quello che ottengo da te sono quattro righe buttate giù in fretta o una e-mail telegrafica ogni tanto. So che sei molto occupato e so che ora hai Bethany ma, scusa tanto, si dà il caso che io sia la tua migliore amica.
Non hai idea di cosa sia stata questa estate. Fin da quando eravamo bambini abbiamo sempre respinto tutte le persone che avrebbero potuto diventare nostri amici perché c’eravamo soltanto io e te. Non è che nonvolessimo nessun altro, semplicemente non ne avevamo bisogno. Tu hai sempre avuto me. Io ho sempre avuto te. Adesso tu hai Bethany e io non ho nessuno.
Purtroppo, a quanto pare, ora non hai più bisogno di me. Mi sento come quelle persone che cercavano di diventare nostri amici. Mi rendo conto che non lo fai volutamente, come non l’abbiamo mai fatto noi nei confronti degli altri. Comunque, se mi lamento non è perché non sopporto quella là, ma perché vorrei farti capire che mi manchi molto. E anche… be’… che mi sento sola.
Ogni volta che disdici un appuntamento, va a finire che passo la serata a casa con mamma e papà a guardare la tivù. Stephanie è sempre fuori, e persino Kevin ha una vita più movimentata della mia. Dio, che depressione! Questa sarebbe dovuta essere per noi un’estate piena di divertimento. Che cosa è successo? Possibile che tu non possa essere amico di due persone contemporaneamente?
Capisco che tu abbia trovato qualcuno davvero speciale e che tra voi esista un “legame” particolarmente stretto che tu e io non potremo mai avere. Però c’è qualcosa che unisce noi due: siamo l’uno il migliore amico dell’altra. Oppure il legame che unisce due amici deve sciogliersi non appena uno dei due incontra un’altra persona? Forse è proprio così, e io non sono in grado di capirlo perché non ho ancora incontrato quella “persona speciale”. Comunque non ho fretta di trovarla. Mi piacevano le cose così come erano una volta.
Fra qualche anno, quando sarò diventata famosa, tu probabilmente dirai: “Rosie: ecco un nome che non sentivo da secoli. Una volta eravamo grandi amici. Chissà che cosa starà facendo, ora; sono anni che non la vedo e che non so più niente di lei!” Sembrerà di sentire mia madre e mio padre che, durante le cene con i loro amici, parlano dei tempi andati. Nel rievocare i momenti più significativi della loro vita, nominano persone di cui io non ho mai sentito parlare. Com’è possibile che oggi mia madre non dia più nemmeno un colpo di telefono alla sua damigella d’onore di vent’anni fa? E quanto a mio padre, com’è possibile che non sappia dove abiti il suo più caro compagno di scuola?
In conclusione, io sono di questa opinione (lo so, lo so, ce n’è una sola): non voglio essere una di quelle persone che finiscono nel dimenticatoio; una persona che un tempo era tanto importante, tantospeciale, tanto influente e tanto considerata, e che anni dopo diventa un volto indistinto, un lontano ricordo. Voglio che rimaniamo migliori amici per sempre, Alex.
Se tu sei felice lo sono anch’io, davvero, ma mi sento come messa da parte. Forse il nostro momento è passato. Forse ora è tempo che tu stia con Bethany. Se è così, non mi prenderò nemmeno il disturbo di spedirti questa lettera. Ma se non ho intenzione di spedirla, perché allora la sto scrivendo? D’accordo, adesso me ne vado e strappo queste riflessioni sconclusionate.

La tua amica
Rosie

Rosie e Alex si conoscono sui banchi di una scuola di Dublino e iniziano a scriversi messaggi su biglietti di carta. A poco a poco diventano inseparabili fino a quando quelle lettere tradiscono un sentimento nuovo, che li confonde e li appassiona. Un amore impossibile da esprimere, con tutte le contraddizioni tipiche di quell’età. Ma quando i due prendono coscienza di ciò che li lega veramente, Alex deve abbandonare Rosie e trasferirsi con la sua famiglia negli Stati Uniti. Straordinario collage di lettere, e-mail, bigliettini, sms e cartoline, Scrivimi ancora è un romanzo delicato e indimenticabile che a ogni pagina commuove e fa sorridere al tempo stesso. Una storia sugli scherzi del destino e sulla forza del vero amore.

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Recensione: “World War Z”, Max Brooks.

Ho deciso di prendermi del tempo per me, questo pomeriggio. Tra una buona notizia e una devastante, sento di aver bisogno di un attimo da dedicare esclusivamente a me stessa e, di riflesso, alle pagine che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi giorni. Chi mi conosce, ormai lo sa che da quando ho scoperto Daryl in The Walking Dead (grazie, Alessia, grazie!) la mia ossessione per gli zombie è cresciuta a livello esponenziale. Da un lato c’è il mio amore per il telefilm, che mi ha portata a divorare due stagioni e mezza in penso due settimane al massimo, e dall’altro, invece, il lato oscuro della medaglia: il terrore più assoluto. Me li sogno la notte, gli zombie. Sogno che mi inseguono, sogno che infestano i luoghi in cui più mi sento sicura, sogno che non sono capace di ucciderli. Gli zombie sono uno dei motivi per cui ho iniziato a correre, due mesi fa, e nel giro di pochissimo tempo sono passata dall’essere una creatura del tutto inadatta e incompatibile con la cosa ad uno strano essere che si sveglia alle sei del mattino e macina tra i sei e gli otto chilometri prima di iniziare la giornata. Perché ho paura degli zombie. Una maledetta, del tutto irrazionale e ingiustificata, esagerata paura. Terrore puro. Rasento il panico al pensiero.
Quindi perché, fondamentalmente, leggere un libro che parla proprio di zombie? Perché me l’hanno caldamente consigliato. Perché mi voglio un po’ male, alle volte. Non lo so, a dire il vero non lo so… presumo si tratti di una qualche deviata forma di curiosità. Ma a conti fatti, devo dire, ne è valsa assolutamente la pena.

Titolo: World War z – La guerra mondiale degli Zombi
Titolo originale: World War Z – An oral history of the zombie war
Autore: Max Brooks
Editore: Cooper
Anno: 2007
Pagine: 334

Giudizio: 5/5

Sinossi
Comincia in uno sperduto paesino della Cina. E subito dilaga in tutto il mondo. La piaga, la peste ambulante, l’epidemia. La guerra degli zombi. Creature mostruose che contagiano e fagocitano il nostro pianeta, la nostra casa. I sopravvissuti sono pochi. Una storia irreale? Il semplice parto della fantasia di uno scrittore? Forse. Max Brooks, con l’artificio di una raccolta di interviste “sul campo”, dà vita a un affresco in cui le tante e diverse voci ricreate e animate in questo libro parlano di guerra, sofferenza e solitudine, ma anche di speranza, coraggio e nobiltà.

Prima di dire qualsiasi cosa, c’è una cosa che vi chiedo di fare: guardate il trailer del film che millantano di aver tratto da libro.

Guardatelo bene, con attenzione. Fatto? Ottimo. Adesso sapete esattamente cosa questo libro non è: un’americanata politicamente discutibile, creata ad arte per far spiccare l’uomo comune (con passato nei corpi speciali dell’esercito più fortissimo e fichissimo del mondo, ovviamente, come tutti gli uomini comuni) Brad Pitt nella sua lotta solitaria per la salvezza dell’umanità ormai condannata all’estinzione. Con lieto fino lasciato solo immaginare, ma ormai vicinissimo.
Nel libro, non succede niente di tutto questo. Sin dalle prime battute di quello che si presenta come un dossier di interviste a gli individui più disparati, nei luoghi e tempi più disparati, è chiaro che il lieto fine l’umanità non se l’è ancora del tutto guadagnato. Il filo conduttore di questi frammenti di storia è, ovviamente, la guerra contro gli zombie: dalle sue origini, al “Grande panico”, dalle prime forme di resistenza alle prime effettive vittorie, fino ad approdare ad un presente ipotetico e cupissimo, intriso di grandi difficoltà. Ho letto diverse recensioni, qui e lì, dove questo metodo di rappresentazione degli eventi è stato duramente criticato proprio per la mancanza di uomo comune alla Brad Pitt che tenesse assieme la narrazione. Tralasciando il fatto che a queste persone vorrei che non hanno capito una mazza (salvo poi sentirmi giustamente in colpa perché ognuno a diritto alle proprie opinioni), la presenza di un protagonista singolo avrebbe reso impossibile il dispiegarsi di un quadro così totalmente globale ed estremamente inclusivo come è stata l’epidemia nel libro. Mettiamo caso che il protagonista fosse un americano, questo avrebbe comportato un’ambientazione limitata esclusivamente al Nord America, e la narrazione non avrebbe potuto minimamente includere l’esodo del Giappone, totalmente abbandonato dai suoi abitati in favore della Manciuria, o la crudele efficienza del Piano Redecker applicato in Sud Africa. Non ci sarebbe stato modo di sapere delle fogne parigine infestate da milioni di creature infette o della tenace sopravvivenza, in condizioni a dir poco proibitive, nei castelli medievali del Nord Europa. Per raccontare un fenomeno immaginato di portata mondiale, il filo conduttore del protagonista è del tutto fuori discussione a priori. La forma di intervista, al contrario, è probabilmente la più indicata per rappresentare la vastità della pandemia di quella che, al principio, viene ufficialmente chiamata “rabbia africana”.
Questo libro è un concerto di voci e punti di vista, di linguaggi differenti e mentalità che variano a seconda del paese d’origine dell’intervistato. Lo sforzo di dare una personalità propria ad ogni nome – e sono davvero tanti – è notevole e ben calibrato, così come la capacità di tratteggiare un tassello alla volta l’andamento di un fenomeno su larga scala è semplicemente straordinario. Emerge, una volta ancora, la necessità di multipli punti di vista e l’andamento complessivo degli eventi che si proietta su su un piano più grande, evidente in ogni intervista pensata per fornire una manciata di informazioni che, sommate a quelle dell’intervista successiva, un passo alla volta delineano un sentiero verso la comprensione di una guerra che è stata vissuta alla cieca persino dai suoi protagonisti. I particolari sono terribili, spaventosi, spesso molto cruenti o spaventosamente devastanti – le disfatte, tanto nazionali quanto private, si accumulano in profili straordinariamente stereotipati e al tempo stesso quanto mai credibili, realistici.
Vale la pena, anche per chi è ansioso come me, affrontare il terrore che queste pagine trasudano, e l’amarezza incredibile di chi racconta tanto se stesso quanto la fetta di mondo che aveva attorno. Per quanto questo genere di letture non siano le mie preferite, World War Z vale la pena leggerlo, e soprattutto vale la pena rifletterci, perché per quanto tutto ciò che narra sia puramente inventato, ha una grande lezione da insegnare. E no, non mi riferisco al fatto che il film non va assolutamente visto!


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Citazione: “World War Z”, Max Brooks.

RISERVA NATURALE DI SAND LAKES
PROVINCIA DI MANITOBA, CANADA

[Jesika Hendricks carica sulla slitta le ultime “prede” della giornata, quindici corpi e una montagna di parti smembrate.]

Cerco di non arrabbiarmi, di non amareggiarmi per l’ingiustizia dell’intera situazione. Vorrei poterci trovare un senso. Una volta ho incontrato un ex pilota iraniano che viaggiava nel Canada alla ricerca di un posto dove fermarsi. Mi disse che tra tutti i popoli da lui conosciuti gli americani sono gli unici a non saper accettare che alla brava gente possono accadere cose spiacevoli. Forse ha ragione. La settimana scorsa ascoltavo la radio e mi è capitato di sentire [nome cancellato per motivi legali]. Stava facendo la sua solita trasmissione – battute scadenti, insulti e sessualità da adolescente – e ricordo di aver pensato: “quest’uomo è sopravvissuto e i miei genitori no”. No, cerco di non amareggiarmi.


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Il Club del Libro: “Il labirinto”, James Dashner.

Si, lo so, è trascorsa un’imbarazzante quantità di giorni dall’ultimo aggiornamento. Cosa è successo? Fondamentalmente un sacco di cose: si sta concludendo questo primo anno di magistrale e pare che tutti i professori si siano messi d’accordo per impedirmi di godere di queste prime, stupende giornate quasi esistevi. Un lavoro di gruppo qui, un’intervista là, una relazione subito dietro, il primo esame due giorni fa… maggio mi si è schiantato addosso con una velocità spaventosa e di punto in bianco mi son resa conto di tutto quello che è rimasto in sospeso. Come questo blog, coff. Il lato positivo è che tra le mille cose da fare ce ne è stata una che ha reso i miei lunedì qualcosa di diverso dal solito incubo: il Club del Libro. Ogni inizio settimana è stato scandito da nuovi capitoli da leggere e l’immersione, davanti ad una tazza di caffellatte, in un universo che ci ha colpite più di quanto non potessimo immaginare.
Per quel che mi riguarda, prima di lasciare la parola ad alcune delle mie compagne di lettura, è stata un’esperienza bellissima. Non solo per l’aver trovato persone che, come me, amano leggere e non hanno paura di passare il venerdì sera sotto le coperte, con un pigiama con i gufi, a leggere. Persone lette in altre contesti, conosciute per altri motivi, e poi unite un po’ per caso in un piccolo gruppo che spero rimanga a farmi compagnia per molti altri lunedì, con cui squittire o strillare perché non siamo state in grado di diluire i capitoli nel tempo e, puntualmente, il mercoledì siamo state costrette a trovare qualcos’altro da leggere per rispettare le scadenze. Fortuna per noi, abbiamo già una lunga lista di libri in attesa e giusto ieri abbiamo dato il via alla seconda lettura collettiva proprio con il seguito, The scorch trials  – quindi, bando alle ciance, diamo a quello appena concluso lo spazio che merita.

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Il Club del Libro: “Il labirinto”, James Dashner.

Ci abbiamo messo un po’, ad organizzarci.
Ma sotto sotto sono fermamente convinta che un po’ fosse inevitabile: abbiamo sempre letto gli stessi libri, grossomodo negli stessi periodi, finendo col discuterne per lo più su Twitter. Così alla fine, complici le infinite comodità di GR, abbiamo tagliato la testa al toro e formato un temibilissimo Club del Libro. Siamo Federica, Silvia, Cecilia, Chiara, Veronica. E abbiamo iniziato con “Il labirinto”, di James Dashner. Perché siamo delle pive e non avevamo idea della palude ansiogena in cui ci saremmo trovate invischiate!

Titolo: Il labirinto
Titolo originale: The maze runner (#1)
Autore: James Dashner
Editore: Fanucci
Pagine: 428
Anno: 2011

Sinossi
Quando Thomas si sveglia, le porte dell’ascensore in cui si trova si aprono su un mondo che non conosce. Non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. Con lui ci sono altri ragazzi, tutti nelle sue stesse condizioni, che gli danno il benvenuto nella Radura, un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Ben presto il gruppo elabora l’organizzazione di una società ben ordinata e disciplinata dai Custodi, nella quale si svolgono riunioni dei Consigli e vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. Ogni trenta giorni qualcuno si aggiunge a loro dopo essersi risvegliato nell’ascensore. Il mistero si infittisce un giorno, quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative. Ma in assenza di altri mezzi visibili di fuga, il Labirinto sembra essere l’unica speranza del gruppo o forse potrebbe rivelarsi una trappola da cui è impossibile uscire.