Chiaraleggetroppo

Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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#10 Incipit Madness!

Aprile, dolce dormire: quanta verità in queste tre parole. Il mese è volato via, letteralmente, lasciandosi alle spalle pochissime letture che si traducono, come di consueto, in una raccolta di incipit. Che vi devo dire, stanno capitando un sacco di cose e il tempo a mia disposizione è quello che è – si fa quel che si può, anche se le letture che ho portato avanti non son state troppo d’aiuto, in questo senso.

Il pickup arrugginito si fermò sferragliando e Lauren Huntsman sbatté la testa contro il finestrino, svegliandosi di soprassalto. Strizzò gli occhi più volte, intontita. Aveva la mente disseminata di ricordi frammentari, cocci sparsi che, se solo fosse riuscita a rimettere insieme, avrebbero formato qualcosa di intero, una finestra sulla prima parte della serata. Al momento, invece, quella finestra giaceva in frantumi nel suo cranio pulsante. Ricordava la cacofonia della musica country, le risate sguaiate e i risultati dell’NBA sullo schermo del televisore montato alla parete. Illuminazione fioca. Scaffali con decine di bottiglie dai riflessi verdi, ambrati, neri. Neri.
— Becca Fitzpatrick, Black Ice.

Accarezzò la sua pelle sapendo già che sarebbe stata l’ultima volta. Un minuscolo frammento in fondo al cuore conservava la speranza che l’abbraccio che stava per unirli ancora fosse un modo per tenerla legata a sé. Ma se fino ad allora le sue mani e la sua bocca non erano bastati a convincerla, di certo quella sera le cose non sarebbero state diverse. Dalla finestra si vedevano i pini innevati e la debole luce del tramonto stava morendo lentamente per lasciare spazio alla notte gelata. Rabbrividì e la strinse più forte per godere del calore del suo corpo fremente. Entrò dentro di lei, come aveva fatto per mesi, per anni. La conosceva alla perfezione, eppure ogni volta si sentiva emozionato e innamorato come un ragazzino al primo incontro. In tutto quel tempo però aveva posseduto solo la carne, non i sentimenti.
— Nora Noir, Nella tana del lupo.

Devlin osservò quella ragazza spettrale avvicinarsi. La piuma del suo cappello e i boccoli scuri che le incorniciavano il viso non mostravano il minimo movimento nonostante la brezza: l’aria non la sfiorava, il che significava che probabilmente anche lui non sarebbe stato in grado di toccarla.
«Ho come l’impressione di trovarmi in un sogno, o forse mi sono… smarrita», mormorò.
«Già».
«Mi stavo riposando…», continuò lei indicando alle proprie spalle, poi si accigliò e accennò un timido sorriso, «in quella caverna che sembra svanita. Sto ancora dormendo forse?».
— Melissa Marr, Radiant Shadow.

E queste son state le mie quasi inesistenti letture di aprile. Le vostre, invece? Vi è andata meglio?
Tenete tutto incrociato, questo periodaccio sta per finire e conto di riuscire a riprendere il controllo della mia vita tutta, blog incluso, giusto in tempo per la bella stagione e le letture da ombrellone che verranno!


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#9 Incipit madness

Buon pomeriggio bestioline! Sono tornata in quel di Forlì e ho la fortuna di potermi godere la compagnia del ragazzo per qualche giorno ancora, motivo per cui sono poco presente online. Confido nella vostra comprensione, perché poi passerà almeno un mese prima che possa rivederlo…! Il post di oggi, in ritardissimo rispetto al solito, è una carellata di incipit, tanto per riassumere le mie letture marzoline.

Irial osservò la ragazza che si stava avvicinando, scorgendo in lei la rabbia e il terrore che la attanagliavano. Rimase nell’ombra, nascosto nel vicolo davanti allo studio di tatuaggi, senza staccarle gli occhi di dosso neanche per un istante mentre finiva una sigaretta. Uscì nel momento in cui lei passava.
— Melissa Marr, Ink Exchange.

Seth comprese che Aislinn era arrivata. Gli sarebbe bastato percepire il lieve aumento di temperatura, anche senza scorgere quel baluginio di sole nel buio notturno. Più di una lanterna. Sorrise al pensiero di come avrebbe reagito all’idea di essere paragonata a una lanterna, ma il sorriso gli svanì dalle labbra non appena la vide apparire sulla soglia.
— Melissa Marr, Fragile Eternity.

Oggi è un buon giorno per morire? È quello che mi chiedo la mattina, quando mi sveglio. A scuola, quando mi sforzo di tenere gli occhi aperti mentre il professor Schroeder continua con la sua lagna. A tavola, mentre faccio passare il piatto coi fagiolini. La sera, a letto, quando non riesco a prendere sonno perché il mio cervello rifiuta di spegnersi per tutto quello su cui c’è da riflettere. Oggi è il giorno? E se non oggi, quando?
— Jennifer Niven, Raccontami di un giorno perfetto.

Hudson riusciva a sentire il motore dell’auto da alcuni isolati di distanza. Uscì dall’autofficina e chiuse gli occhi, in ascolto, distinguendo i suoni uno a uno, così che ancora prima di aprire il cofano avrebbe saputo esattamente quello che c’era da riparare. Appoggiato al muro, concentrato sull’auto ancora lontana, Hudson riusciva a dimenticare tutto il resto: la scuola e le ragazze e il suo futuro e se i suoi amici fossero dei veri idioti o si comportassero solo come tali.
— Adi Alsaid, Via con te.


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#8 Incipit Madness

Non sentite già il profumo della primavera nell’aria? L’allergia imminente? Le giornate più lunghe e tiepide, la stagione dei trench, delle sciarpine e dei maglioncini? No? Solo io? Peccato! Al di là di tutto, siamo ad inizio mese, a metà settimana: quale momento migliore per tirare un po’ il fiato e godersi una carrellata di incipit in compagnia?
Febbraio è stato un mese faticoso, con la chiusura della sessione, un sacco di (brutti) pensieri, tanti equilibri stravolti e quei tre giorni di virus che lo hanno totalmente azzoppato. Se poi si pensa che siamo stati derubati di ben tre giorni, beh… è passato troppo rapidamente, dove si domanda il rimborso? Fortuna ho avuto al mio fianco belle letture! Marzo, please be kind.

People call me Biggie. Not all people. Mom and some teachers call me Henry; but for the most part I’m Biggie.
Do I like nickname? No. Of course, I don’t. Nor do I care much for Brian Burke, who, nine years ago, thought up the moniker when we were playing tag during seconda-grade recess. I should have just told him to shut up or said something mean in verbal retaliation, but I didn’t. I just stood there, head hung, shoulders fallen, hand swaying in the icy wind of early December.
— Derek E. Sullivan, Biggie.

Ecco tutto ciò che conosco della Francia: Amélie e Moulin Rouge. La Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, anche se non ho la più pallida idea della loro reale funzione. Poi ci sono Napoleone, Maria Antonietta e una sfilza infinita di re che si chiamavano Luigi. E neanche in questo caso sono sicura di che cosa abbiano fatto, ma penso che c’entrino in qualche modo con la Rivoluzione Francese, che a sua volta c’entra con la parata del 14 luglio. Il museo d’arte si chiama Louvre e ha la forma di una piramide, e la Gioconda se ne sta lì, insieme alla statua della donna senza braccia. E poi ci sono caffè, o bistrot, o come diavolo si chiamano, a ogni angolo di strada. E i mimi. Il cibo pare sia buono e la gente beve un sacco di vino e fuma un sacco di sigarette.
— Stephanie Perkins, Il primo bacio a Parigi.

The T-screen in our family room crackles just before President Cartier fills the screen. I wonder briefly if Lawrence is watching him, too, like the rest of America, or if he was given an advance showing. After all, the president is his grandfather. I remember the first time I met President Cartier. He was less gray then, less wrinkled. He was joking that Lawrence was too mature for a six-year-old and asked me to take him under my wing, teach him how to be young.Now four years later, staring into the T-screen on one of the biggest nights of my life, I wish I had some of Lawrence’s maturity. I wish I weren’t so…afraid.
— Melissa West, Gravity.

La prospettiva. Devo vedere le cose nella giusta prospettiva. Non è un terremoto e neppure la strage di un pazzo armato o una fusione nucleare, no? Nella classifica delle catastrofi, la mia non è poi così tremenda. No, non così tremenda. Un giorno, quando mi ricorderò di questo momento, mi verrà da ridere e penserò: “Che scema sono stata a preoccuparmi!”.Smettila, Poppy. Non provarci nemmeno. Non sto ridendo, anzi mi sento male. Sto vagando nella sala da ballo dell’hotel con il cuore in gola, cercando invano sulla moquette a motivi blu, dietro le sedie dorate, sotto i tovaglioli di carta usati, dove non lo troverò mai.
L’ho perso. Ho perso l’unica cosa al mondo che non dovevo perdere. Il mio anello di fidanzamento.
— Sophie Kinsella, Ho il tuo numero.

Ero circondata dall’Esercito dei Ragazzi Fighi.
In molti credevano che l’Esercito dei Ragazzi Fighi fosse solo un mito, una leggenda metropolitana che circolava all’università, come quella della reginetta del ballo che si era buttata dalla finestra del dormitorio perché strafatta di acidi o di crack, anzi, no, forse era caduta nella doccia e si era fracassata la testa. La versione cambiava ogni volta che la sentivo. Ma, a differenza del fantasma che infestava la Gardiner Hall, l’Esercito dei Ragazzi Fighi era qualcosa che esisteva e respirava davvero. Erano in tanti.
Ed erano fighi, dal primo all’ultimo.
— J. Lynn, Rimani con me

Il Re dell’Estate le s’inginocchiò davanti. «È questa la tua scelta? Accetti il rischio del gelo dell’inverno?».
Lei lo guardò, guardò il ragazzo di cui si era innamorata da qualche settimana. Non si sarebbe mai sognata che non fosse umano, ma adesso brillava come se vampe di fuoco gli tremolassero sotto la pelle ed era uno spettacolo tanto bello e inconsueto che non riusciva a distogliere gli occhi.
«Sì».
— Melissa Marr, Wicked Lovely.

Carter fumbled the plate he was drying, barely catching it before it fell to the floor. Setting it down on the counter, he dropped the drying rag on top of it and left the kitchen, ignoring Zandra’s worried look. Leaving the kitchen, he cut through the dining room to the living room where his mother had retired for the evening.
Rebeka Bellwood sat in her favorite chair, her feet propped up on the ottoman. She had changed into her evening loungewear: black track pants and an oversized t-shirt. Her face was lined with age and worry, and there was more gray in her hair than Carter liked.
— Sasha L. Miller, Losing ground.

Una sera a Parigi, più o meno un anno dopo che era stato riaperto il Cinéma Paradis ed esattamente due giorni dopo che avevo baciato la ragazza con il cappotto rosso, mentre aspettavo con impazienza spasmodica il momento in cui l’avrei rivista, avvenne una cosa incredibile. Una cosa destinata a rivoluzionare la mia vita e a trasformare il mio piccolo cinema in un luogo magico: un luogo in cui si incontrano speranze e desideri, un luogo in cui i sogni diventano realtà. Improvvisamente mi ritrovai protagonista di una storia perfino più bella di quelle inventate per il grande schermo. Io, Alain Bonnard, fui strappato dalla mia orbita e catapultato nella più grande avventura della mia vita.
— Nicolas Barreau, Una sera a Parigi.


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#7 Incipit madness

Pensavate che me ne fossi dimenticata, vero? Forse quasi ci speravate, perché le citazioni non mancano mai su questo blog e magari vi sono pure venute a noia…! In ogni caso, questa è la carrellata di incipit dei libri letti in questo primo mese del 2015: non male, vero? Spero di riuscire a tenere il ritmo e di riuscire, contemporaneamente, a fare tutto quello che devo fare. Ossia un sacco di cose.
Voi che mi dite? Cosa avete letto? Siete soddisfatti? Io decisamente sì. Quest’anno ho davvero iniziato col botto, non potrei esser più contenta!

«Sara, devi rifare il prelievo. Stendi il braccio».
Sto ancora dormendo quando la voce dell’infermiera mi risuona in testa come un’eco. Non è un sogno e prima che realizzi, sento un ago che mi buca la vena e vedo diventare la cannula rossa. Il braccio l’ho steso inconsciamente, forse in automatico.
«Abbiamo fatto. Premi forte, ti metto il cerotto».
— Giulia Dell’Uomo, Tutte le cose al loro posto.

«Se adesso non è abbastanza pulito,» disse Jaxom a N’ton, mentre passava per l’ultima volta lo straccio oliato sulla cresta del collo di Ruth, «non so proprio cosa voglia dire pulito!» Si terse la fronte sudata con la manica della tunica. «Cosa ne pensi, N’ton?» chiese educatamente, rendendosi conto di aver parlato senza il dovuto riguardo per il rango del suo compa- gno, che era Comandante del Weyr di Fort.
— Anne McCaffrey, Il drago bianco.

Da lontano, l’uomo che arrancava su per il fronte bianco del ghiacciaio poteva somigliare a una formica che zampetta lentamente sul bordo di un piatto. La baraccopoli di La Rinconada era una manciata di puntini sparsi molto più giù; il vento aumentava via via che lui saliva, soffiandogli sbuffi polverosi di neve sul volto e ghiacciando gli umidi ricci neri. Nonostante gli occhiali d’ambra, il suo viso era contratto in una smorfia per la luminosità del tramonto riflesso.
— Cassandra Clare & Holly Black, The Iron Trial.

Magnus si svegliò nella locanda sulla strada fuori Lima e dopo essersi agghindato con un panciotto ricamato, un elegante paio di calzoni al ginocchio e scarpe dalle lucidissime fibbie di metallo, andò in cerca di qualcosa da mangiare per colazione. Trovò invece la locandiera, una donna polposa dai lunghi capelli coperti da una mantilla nera, immersa in una fitta e preoccupata discussione con una delle cameriere, a proposito di qualcuno appena giunto alla locanda.
— Cassandra Clare, Le cronache di Magnus Bane.

She stands on the cliffs, near the old crumbling stone houseThere’s nothing left in the house but an upturned table, a ladle, and a clay bowl. She stands for more than an hour, goose-bumped and shivering. At these times, she won’t confide in me. She runs her hands over her body, as if checking that it’s still there, her heart pulsing and beating. The limbs are smooth and strong, thin and sinewy, her hair long and black and messy and gleaming despite her age. You wouldn’t know it to look at her, that she’s lived long enough to look for what’s across the water. Eighty years later, and she is still fifteen.
— Jodi Lynn Anderson, Tiger Lily.

I love the beginning of a hunt. No one is tired or hungry or complaining yet. Plus the start is so full of maybes. Like maybe we’ll capture our town’s legendary lake monster on film tonight. Maybe we’ll put to rest any doubts of his existence. Maybe we’ll become the legend. As Lake Champlain wrinkles with miniature waves, I imagine Champ swimming underneath, looking up at us and smiling.
— Lisa Aldin, One of the guys.

Se una cosa può andare male, lo farà. Penso alla prima Legge di Murphy mentre Mara… o Lara… o Antonella, insomma qualunque sia il nome della ragazza con cui sono uscito stasera, mi sta baciando con l’impeto di un formichiere in pieno raptus sul sedile posteriore della mia macchina. Lo so, sono un inguaribile romantico. Da un quarto d’ora la sto chiamando «Tesoro», un po’ perché non ricordo il nome e un po’ perché ho l’istinto di sotterrarla. È che questa ragazza è veramente pesante, in tutti i sensi!
— Chiara Parenti, Con un poco di zucchero.

Blue Sargent non ricordava più quante volte le avessero detto che avrebbe ucciso il suo vero amore. La sua famiglia si occupava di predizioni. Predizioni che tendevano, tuttavia, a essere abbastanza generiche. Frasi come:Oggi ti accadrà qualcosa di terribile. Potrebbe avere a che fare con il numero sei. O: Soldi in arrivo. Apri la mano. O: Ti spetta una decisione importante, e non si prenderà da sola. Ma a quelli che entravano nella piccola casa azzurra al numero 300 di Fox Way non importava l’imprecisione dei loro auspici. Era diventato un gioco, una sfida, scoprire il momento esatto in cui le predizioni si sarebbero avverate.
— Maggie Stiefvater, Raven Boys.

Un segreto è una cosa strana.
Ci sono tre tipi di segreti. Il primo è quello noto a tutti, per cui sono necessarie almeno due persone: una che lo custodisca, l’altra che non ne venga mai a conoscenza. Il secondo è quello più difficile, un segreto che non ammettiamo a noi stessi. Ogni giorno migliaia di possibili confessioni rimangono inespresse, e i mancati confessori ignorano che quei segreti mai ammessi si riducano alle solite tre parole: io ho paura. E poi c’è il terzo tipo di segreto, quello più profondo. Il segreto che nessuno conosce. Forse un tempo risaputo e in seguito sepolto. O forse un inutile mistero, arcano e solitario, mai emerso poiché nessuno l’ha mai cercato.
— Maggie Stiefvater, I ladri di sogni.

Non sapevo cosa mi avesse svegliato. Il vento impetuoso della prima, vera tempesta di neve dell’anno si era calmato la scorsa notte e la mia stanza era silenziosa, tranquilla. Mi girai su un fianco e mi stropicciai le palpebre. Occhi del colore delle foglie bagnate dalla rugiada mi fissavano. Occhi stranamente familiari, ma spenti in confronto a quelli che amavo. Dawson.
— Jennifer L. Armentrout, Opal.

Winning. Cara Sweeny had made it her business, and business was good. Honor Society presi- dent? Check. Young Leader Award? Check. State debate champion two years running? Double check. And when the title of valedictorian had eluded her, she’d found a way to snag that, too.
— Melissa Landers, Alienated.


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#6 Incipit Madness

Diciamolo, a dicembre ho letto un sacco. Ma proprio tanto, e davvero non me ne capacito perché, se è vero che da un lato le vacanze di Natale mi hanno lasciato qualche manciata di ore da passare con il naso ad altezza Kobo, dall’altro è anche vero che le prime due settimane del mese sono state un delirio unico: tra esami, cene, valigie da preparare e quant’altro, ho girato come una trottola impazzita per la maggior parte del tempo. Son contenta, però, di potervi proporre un bel po’ di incipit – mi fanno pensare a quanto bene si sia chiuso il 2014, per me, e che potrebbero essere un buon auguro per questo 2015 agli albori. Teniamo tutto incrociato, va… che qua non si può dire “gatto” fino a quando non lo si ha nel sacco!

Voglio fare l’amore con Babbo Natale.
No, non il personaggio di fantasia a cui ho creduto fino all’età di nove anni. Quello che parcheggia la slitta sul tetto e scende dal camino; quello con la lunga barba bianca, gli occhiali rotondi di metallo e l’inspiegabile cinturone scuro sulla giacca rossa dai bordi di pelo bianco. (Perché Babbo Natale ha bisogno di una cintura? Non può tenere la giacca con i bottoni, come fanno tutti?)
Non quel Babbo Natale. Sto parlando del Babbo Natale che lavora nel mio negozio da settimane. Quello seduto sulla poltrona dorata, che accoglie i bambini per fare con loro una foto, e che legge ad alta voce le loro letterine piene di desideri. Sto parlando di quel Babbo Natale.
— Alessia Esse, Desiderio di Natale.

“Oh guarda!” Disse Fielding. “Hanno un nuovo gusto di caffelatte: Morte di Babbo Natale per troppa menta. Io prendo quello.”
Era il secondo giorno di dicembre e stavamo aspettando in fila al The Coffee Clatch. La caffetteria del campus era addobbata e infiocchettata con spirito natalizio, incluse lucine, piccoli e vaporosi cappelli da Babbo Natale su tutte le manopole delle macchinette per l’espresso ed espositori con giganteschi biscotti delle festività. Grandioso. Fielding avrebbe praticamente rimbalzato contro  i muri per tutto il mese in preda a un’overdose di zuccheri.
— Eli Easton, Tutta colpa del vischio.

Le risate dei bambini risuonavano lungo la via, facendo eco a quelle più contenute degli adulti e ai tipici rumori delle case in festa. In un piccolo quartiere residenziale di Staten Island le famiglie erano intente a celebrare il giorno del Ringraziamento attorno a tavole imbandite, su cui facevano bella mostra di sé tacchini ripieni, gustando squisite torte di zucca, patate dolci, e chiacchierando amabilmente con gli ospiti. In strada, i bambini si godevano la fredda giornata di sole di fine novembre rincorrendosi tra loro, ma erano i piccoli gemelli Stevenson a ridere più di tutti gli altri, inseguiti da una strana specie di tacchino umano.
— Cassandra Rocca, Tutta colpa di New York.

25 agosto, 1991
Caro amico,
ho deciso di scriverti perché ho sentito dire che sei uno che ascolta e che capisce, e perché non hai cercato di portarti a letto quella persona, alla festa, anche se avresti potuto. Ti prego, non cercare di scoprire chi è lei perché poi arriveresti a me, e io non voglio. Userò dei nomi diversi o generici, per non farti capire chi sono. È per questo motivo che non ho incluso un indirizzo a cui rispondere. Le mie intenzioni non sono cattive. Sul serio.
—Stephen Chbosky, Noi siamo infinito. 

Con un calcio violento, spostai uno scatolone più in là nel corridoio. La mortificazione che avevo fatto tanta fatica a tenere a bada mi stava esplodendo dentro, nonostante i miei tentativi di soffocarla. Francamente, non era così che mi ero immaginata nelle mie proiezioni private di Vita di Allie, da piccola. A che punto della storia mi ero persa il lavoro importante, il marito sempre pronto a sostenermi e i due figli? Non avevo nemmeno un gatto. I single non hanno tutti un gatto?
— Jenny Hale, Il regalo più grande.

Sabato mattina.
Ultimo sabato di shopping natalizio.
Quindi in redazione solo pochi irriducibili: il caporedattore e il suo entourage (il suo “cerchio magico”, se così vogliamo chiamarlo), cioè chi vuole farsi bello agli occhi del caporedattore, chi ha una storia (altalenante) con il caporedattore e chi invece la storia con il caporedattore vorrebbe averla.
Insomma un gruppo piuttosto triste ma risoluto di uomini e donne (queste ultime la maggioranza, in effetti) che ruota intorno a Pierluigi Tacconelli, responsabile della redazione di New York di “Economia & Diritto Oggi”. Io sono qui in quanto appartenente alla più compromettente delle sopracitate categorie.
— Virginia Bramati, Meno cinque alla felicità!

Kayla Green alzò al massimo il volume della sua playlist preferita e ignorò la musica allegra e le risate che si infiltravano sotto la porta chiusa del suo ufficio. Era l’unica a odiare quel periodo dell’anno?
Doveva pur esserci qualcun altro là fuori che la pensava come lei.
Qualcuno che non si aspettava che il Natale fosse felice e gioioso.
Qualcuno che sapeva che il vischio è velenoso.
— Sarah Morgan, Mentre fuori nevica.

Durante le vacanze natalizie, una gita a Virgin River era d’obbligo. Da qualche anno gli abitanti innalzavano nella strada principale un albero di una decina di metri, decorato in bianco, rosso, blu e oro, con un’enorme stella scintillante sulla cima. L’albero dominava il paese, e la gente arrivava da molto lontano per vederlo. Il tema patriottico delle decorazioni – mostrine, stemmi dei diversi battaglioni, medaglie e nastrini – lo rendeva diverso da tutti gli altri. Jack Sheridan, proprietario del bar ristorante, diceva sempre che un giorno o l’altro sarebbero arrivati i tre Re Magi, attirati dallo splendore della stella sulla cima. Annie McKenzie non passava da Virgin River troppo spesso: non era sulla strada che lei percorreva andando da Fortuna, dove viveva, alla fattoria dei suoi genitori vicino ad Alder Point.
— Robyn Carr, Natale a Virgin River.

«“Sì, è vero! Sono una stronza! Lo sanno tutti e tutti me lo dicono, davanti o dietro. Non do più importanza alla cosa, anzi, ormai questa etichetta è tutt’uno con la mia natura.”» Samantha chiude con stizza il giornale. «Amanda, questa sarebbe la dichiarazione che hai rilasciato nell’intervista a Oprah?»
Samantha la guarda con aria di rimprovero.
«Oh, Samantha, per favore! Non è certo una novità!» esclama Amanda sollevando leggermente una mano e facendo un cenno di noncuranza con aria elegante. Poi riprende: «Anzi, meglio! Così la concorrenza saprà con chi ha a che fare: nessuno osi mettersi sulla mia strada, perché mordo!».
— Corinne Savarese, Una str…ega sotto l’albero.

Quand’è che una leggenda è leggenda? Perché un mito è un mito? Quan- to deve essere antico e desueto un avvenimento, perché sia possibile rele- garlo nella categoria delle «favole»? E perché mai certi fatti rimangono incontrovertibili, mentre certi altri perdono la loro validità per assumere un carattere instabile e nebuloso?
— Anne McCaffrey, Il volo del drago.

 Come incominciare? si chiese Robinton, Maestro Arpista di Pern. Pen- soso, aggrottando la fronte, guardò la sabbia umida e spianata nei vassoi disposti sulla sua scrivania. Sul lungo viso s’incisero rughe e grinze pro- fonde, e gli occhi, di solito azzurri e brillanti di una gaiezza interiore, era- no velati dall’ombra grigia di un’inconsueta gravità. Fantasticò che la sabbia implorasse di venire violata da parole e note, mentre lui, depositario e dispensatore di ballate, saghe e canzoni, non sapeva che dire.
— Anne McCaffrey, La cerca del drago.


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#5 Incipit madness

Non sto neanche a dirvi la tristezza per l’esser riuscita ad iniziare unicamente tre libri in tutto novembre. Mi lamenterei, se non fosse che ho un esame alle 11 e che sono in piedi dalle 6.30 nel tentativo di mettere delle pezze alle mie lacune. L’epoca assiale decisamente non è il mio forte. Vabbeh, capita anche questo: studiare come disgraziati e nonostante tutto non esser capaci di portare a casa il risultato. Mi presenterò con la mia faccia di bronzo migliore, molto dignitosamente tenterò di fare del mio meglio e poi mi toglierò il peso dal groppone. Amen.
Buona giornata bestioline!

Ricevetti la notizia da uno sconosciuto qualche mese dopo il mio ventunesimo compleanno. In quel periodo vivevo a New York sulla Novantaquattresima Strada, tra la Seconda e la Prima, parte di quel confine mutevole e senza nome che separa East Harlem dal resto di Manhattan. Era un isolato squallido, tetro e senza verde, fiancheggiato da palazzi fuligginosi e privi di ascensore che lo immergevano nell’ombra per gran parte della giornata. L’appartamento era piccolo, con il pavimento in pendenza e il riscaldamento che funzionava a tratti.
— Barack Obama, I sogni di mio padre.

Le luci notturne dei negozi di specchiarono sul suo viso, mentre con l’auto scivolava silenziosa per le strade semideserte. All’apparenza, Ryan guidava composta e tranquilla. In realtà, era solo troppo impegnata ad accogliere, uno per uno, gli improperi della sua mente.
Forse, potrei provare da Sullivan. Il suo market non è vicinissimo, ma ormai…
Arrivò a destinazione proprio mentre il parcheggio si stava svuotando del tutto ed assaporò la meravigliosa sensazione di poter posteggiare liberamente. Un’occhiata all’ingresso le confermò che il negozio era ancora aperto; tirò un sospiro di sollievo e si disse che, tutto sommato, era stata fortunata.
— Ella M. Endif, Manuale della perfetta adultera.

Iniziò come aveva preordinato, con qualche leggera nota solitaria, l’arpa celestiale che tanto amava seguita da violini e violoncelli, il pianoforte, i cori angelici che Gli intonavano la loro devozione. L’ultima volta che aveva puntato la sveglia era stato nel 1492: voleva vederla, la faccia di Colombo quando sbarcava nel Nuovo Mondo e non si rendeva conto di avere scoperto un Nuovo Mondo.
Era effettivamente una faccia da pirla.
— Mirya, Trentatré.


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#4 Incipit Madness

Quasi mi rifiuto di credere di aver letto così pochi libri in un mese intero. Quasi. La verità è che, come ormai sapete benissimo, il tempo libero scarseggia in maniera a dir poco imbarazzante, motivo per cui dovrei esser contenta di aver portato a casa quattro titoli…! November, please be kind. Ho voglia di leggere tanto, di leggere cose belle, di divertirmi e di riuscire a ritagliarmi il tempo per farlo: teniamo tutto incrociato!

Poppy sistemò una delle sirene davanti al tratto d’asfalto che rappresentava il Mar Nerissimo. Erano vecchie – comprate ad un mercatino di beneficenza -, con la testa grossa e lucida, le code di vari colori e i capelli crespi. Zachary Barlow riusciva quasi ad immaginare le pinne che sbattevano, mentre le sirene attendevano che la nave si avvicinasse, gli sciocchi sorrisi di plastica che mascheravano le loro letali intenzioni. Avrebbero fatto schiantare l’imbarcazione nell’acqua bassa, se avessero potuto, avrebbero attirato l’equipaggio in mare e avrebbero sbranato i pirati con i denti aguzzi.
— Holly Black, Doll Bones.

Era quasi dicembre e Jonas aveva paura. No, si corresse tra sé, non era quello il termine esatto. Paura indicava l’angosciosa sensazione che stesse per accadere qualcosa di terribile. Paura era l’emozione provata un anno prima, quando, per ben due volte, un aereo non identificato aveva sorvolato la comunità. Una rapida occhiata al cielo e Jonas aveva visto sfrecciare un aereo elegante, quasi una sagoma indistinta data l’alta velocità, seguita un istante dopo da un boato; poi di nuovo, in un attimo, dalla direzione opposta, ecco ripassare lo stesso aereo.
— Lois Lowry, The Giver – Il donatore.

– Solo un caffè, grazie.
La cameriera sollevò le sopracciglia disegnate. – Niente da mangiare? – chiese con aria delusa  un marcato accento slavo. Simon Lewis non poteva darle torto: probabilmente la ragazza sperava in una mancia migliore di quella che avrebbe ricevuto per una semplice tazza di caffè. Ma non era colpa di Simon se i vampiri non mangiavano. A volte, al ristorante, ordinava comunque un po’ di cibo, giusto per dare una parvenza di normalità, ma la sera tardi un martedì, in un Veselka dove era quasi l’unico cliente, non valeva la pena sforzarsi.
– Caffè e basta.
— Cassandra Clare, Shadowhunters – Città degli angeli caduti.

Simon se ne stava in piedi, attonito, davanti alla porta di casa.
Era l’unica che avesse mai conosciuto. Era il posto dove i suoi genitori lo avevano portato dopo che era nato. C’era cresciuto, fra le mura di quella villetta a schiera di Brooklyn. D’estate aveva giocato in strada all’ombra degli alberi e d’inverno aveva trasformato i coperchi della spazzatura in slittini improvvisati. In quella casa la sua famiglia aveva osservato la shiva, i sette giorni di lutto, in seguito alla morte del padre. ed era sempre lì che aveva baciato Clary la prima volta.
Non si sarebbe mai immaginato che un giorno, per lui, quella porta sarebbe stata chiusa.
— Cassandra Clare, Shadowhunters – Città delle anime perdute.