Chiaraleggetroppo

Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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#52 Teaser Tuesday!

Buongiorno bestioline, come state?
Qua si tiene duro, si studia tanto e si cerca di sopravvivere al caldo infernale che sta soffocando Forlì. In questi giorni mi sta tenendo compagnia un libro meraviglioso, un po’ vecchiotto ma non per questo meno apprezzabile: Il racconto dell’ancella, di Margaret Atwood. Si tratta di una distopia eccezionale, scritta magistralmente, che ad ogni riga lascia qualcosa su cui riflettere, qualcosa di straordinariamente attuale, quindi perché non lasciarvene un assaggio nel teaser di oggi? Appunto.

La notte è mia, il mio tempo, posso farne ciò che voglio, purché me ne stia zitta e ferma. Purché giaccia immobile. La differenza tra giacere e do- ver stare a letto. Dover stare a letto è un concetto passivo, anche gli uomini dicevano: mi piacerebbe dover restare a letto per un po’. Ma qualche volta dicevano: mi piacerebbe portarla a letto. Sono solo elucubrazioni. Non so davvero che cosa dicessero veramente gli Uomini. Avevo solo le loro pa- role per giudicare.
Giaccio, quindi, nella stanza, sotto l’occhio di gesso del soffitto, dietro le tende bianche, tra le lenzuola, candide come le tende, e faccio un passo in là fuori dal mio tempo. Fuori dal tempo. Sebbene questo non sia tempo, né io ne sia fuori. Ma la notte è il mio tempo libero. Dove andare?

In qualche posto piacevole.
Moira, seduta sulla sponda del mio letto, con una gamba sull’altra, una caviglia su un ginocchio, nel suo grembiule viola, con un orecchino ciondolante, le unghie dipinte con lo smalto color oro e una sigaretta tra le dita tozze, gialle in punta. Decidiamo di andare a bere una birra.
«Mi stai facendo cadere la cenere sul letto» dico.
«Se fossi tu a farla cadere non te ne importerebbe» risponde Moira. «Usciamo tra mezz’ora» dico. Avevo una ricerca da preparare per il giorno successivo. Cos’era? Psicologia, inglese, economia. Studiavamo queste cose, allora. Sul pavimento della stanza c’erano libri, aperti a faccia in giù, qua e là, in maniera disordinata.
«No, usciamo adesso» dice Moira, «non hai bisogno di truccarti, ci sono solo io. Di che tratta la tua ricerca? Ne ho appena fatta una sullo stupro durante gli appuntamenti amorosi».
«Lo stupro durante gli appuntamenti amorosi?» dico. «Come sei alla moda. Sembra il titolo di un nuovo trattato sociologico sul porno-orrore».
Moira ride. «Vai a prendere il vestito».
Lo prende lei e me lo getta.
«Dovresti prestarmi cinque dollari, okay?»

Ricordo un’altra volta, in un parco, con mia madre. Quanti anni avevo? Faceva freddo, si vedeva il fiato uscire dalla bocca, non c’erano foglie sugli alberi; cielo grigio, due anitre nel laghetto, tristi. Toccavo le croste di pane che avevo in tasca. Mia madre aveva detto che saremmo andate a dar da mangiare alle anitre. Ma c’erano delle donne che bruciavano i libri, era questo il vero motivo per cui aveva voluto andare al parco. Per vedere le sue amiche; mi aveva mentito. Era inteso che il sabato fosse il mio giorno. Mi ero allontanata da lei, imbronciata, ed ero andata verso le anitre, ma il fuoco mi aveva costretto a tornare indietro. C’erano anche degli uomini, in mezzo alle donne e non bruciavano libri, ma riviste. Dovevano averci versato sopra della benzina, perché le fiamme guizzavano alte, mentre loro vi gettavano sopra le riviste, tolte dalle scatole, poche per volta. Tra le donne qualcuna cantava.
I volti erano felici, quasi estatici. Il fuoco può fare questo effetto. Si era- no avvicinati dei curiosi. Anche il viso di mia madre, solitamente pallido, emaciato, pareva rubicondo e allegro, come in una cartolina di Natale; ricordo un’altra donna, grossa, con la guancia sporca di fuliggine e un berretto arancione fatto a maglia.
«Vuoi bruciarne una anche tu, tesoro?» mi aveva chiesto. Quanti anni avevo? «Via, una buona volta, tutta questa immondizia» aveva detto ridendo e, rivolta a mia madre, aveva aggiunto: «Glielo permetti?»
«Se vuole» aveva risposto mia madre. Parlava di me, con gli altri, come se io non fossi presente.
La donna mi aveva dato una rivista. Sopra c’era il disegno di una donna graziosa, senza vestiti addosso, appesa al soffitto con una catena che le stringeva le mani. L’avevo guardata con interesse. Non ne ero rimasta impressionata, avevo pensato che si stesse penzolando da una liana, come Tarzan, in un film che avevo visto alla televisione.
«Non fargliela guardare» aveva detto mia madre. «Via» mi aveva ordinato, «gettala nel fuoco, svelta».Avevo gettato la rivista nelle fiamme. Si era squadernata nel vento mentre bruciava; grandi fiocchi di carta si erano staccati, volteggiando nell’aria, ancora in fiamme, corpi di donne erano mutati davanti ai miei occhi in cenere nera.

Ma dopo, che è successo?
Ho dei vuoti di memoria.
Si devono essere aiutati con iniezioni, pastiglie, qualcosa del genere, altrimenti ricorderei.
«Hai avuto uno shock» mi hanno detto.
Sono rinvenuta in mezzo a rimbombi e confusione, come il ribollire di una risacca. Ricordo di essermi sentita molto calma. Ho gridato o forse mi è parso un grido ed era solo un sussurro, Dov’è lei? Che avete fatto di lei? Non era né notte né giorno; c’era solo un barlume di luce. Dopo un po’ ho avuto di nuovo delle sedie, un letto e una finestra.
«È in buone mani» mi hanno detto. «Con gente capace. Tu non lo sei, ma vuoi il meglio per lei. Non è così?»
Mi hanno mostrato una sua fotografia, all’aperto, in piedi su un prato. Il volto era un ovale chiuso. Aveva i capelli chiari raccolti stretti sulla nuca. Una donna che non conoscevo la teneva per mano. Lei le arrivava solo al gomito.
«L’avete uccisa» ho detto. Sembrava un angelo, solenne, composta, fatta d’aria. Indossava un abito che non avevo mai visto, bianco e lungo sino a terra.

Mi piacerebbe credere che sto raccontando una storia. Ho bisogno di crederci. Devo crederci. Coloro che possono crederlo hanno migliori possibilità. Se è una storia che sto raccontando, posso scegliere il finale. Ci sarà un finale, alla storia, e poi seguirà la vita vera. Posso continuare da dove ho smesso. Non è una storia che sto raccontando.
E anche una storia che ripeto nella mia testa.
Non la scrivo perché non ho nulla con cui scrivere e lo scrivere è comunque proibito. Ma se è una storia, anche solo nella mia testa, dovrò pur raccontarla a qualcuno. Non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno. Una storia è come una lettera. A voi. Comincerà così, semplicemente, senza nomi. Un nome crea un collegamento col mondo fattuale, che è più rischioso, più azzardato: chi sa quali sono, fuori, le possibilità di sopravvivenza? Le vostre?
Dirò a voi, a voi, come una vecchia canzone, voi significa più d’uno.
Voi può significare migliaia.
Non mi trovo in nessun pericolo immediato, dirò. Farò finta che voi mi possiate udire.
Ma non serve, perché so che non potete.

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Comparso per la prima volta in Italia negli anni Ottanta, il romanzo della Atwood conserva tutt’oggi la sua attualità. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionalizzati, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica.

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Spotlight: nuove uscite DeAgostini!

Bestioline, buon 1 maggio!
Vi lascio giusto due righe per ringraziarvi ancora, raggiungere la fatidica cifra tonda dei cento è una soddisfazione incredibile e sono davvero felice che quello che faccio qui vi piaccia tanto. Onde evitare però di dilungarmi nei miei solito sbrodolamenti vagamente emotivi, vi lascio a queste due nuove uscite targate DeAgostini con l’augurio di passare un bel weekend, pieno di belle letture e bei paperboy, con tanto sole e tante risate. Io, personalmente, mi faccio portare al mare e conto di rientrare qui a Forlì di un simpatico color aragosta.
Ci leggiamo lunedì, con una nuova recensione!

copertina1Titolo: A piedi nudi, a cuore aperto
Autore: Paola Zannoner
Editore: DeAgostini Libri
Pagine: 304
Uscita: 12 maggio
Prezzo: 14,90 €

Da quando Rachele ha incrociato lo sguardo di Taisir non riesce più a fare a meno di pensare a lui. Sarà colpa dei suoi occhi scuri e profondi, del suo sorriso ammaliante o del suo modo di muoversi, così disinvolto e sicuro ogni volta che sale sullo skateboard e se ne va in giro come se fosse solo al mondo… Sta di fatto che la ragazza ha completamente perso la testa. Ha deciso che vuole sapere tutto di lui: dove vive, cosa gli piace, come passa le giornate dopo la scuola. C’è solo un piccolo problema di cui Rachele non ha tenuto conto e che per Taisir sembra insormontabile: lui è arabo-palestinese, lei è italiana. Lui ha conosciuto l’odio, il dolore e la diffidenza, lei solo l’amore e la speranza. Ma Rachele non ha alcuna intenzione di arrendersi. Perché, in fondo al cuore, sa che Taisir le somiglia più di quanto possa immaginare. Ed è pronta a fare qualsiasi cosa pur di conquistarlo… Anche a dimostrare che, quando c’è l’amore, le differenze sociali e culturali non hanno importanza.

Dalla penna di una grande autrice una storia potente e indimenticabile in cui l’amore è l’unica arma che riesce a vincere il pregiudizio.

Paola Zannoner vive a Firenze. Esperta di letteratura, è una delle più importanti scrittrici italiane per ragazzi. I suoi libri, tradotti in diversi Paesi, hanno ricevuto numerosi premi, tra i quali il Bancarellino, il Premio Cento e il Premio Sardegna. Per De Agostini ha pubblicato anche Voglio fare la scrittrice (2007), Voglio fare la giornalista (2011), Lasciatemi in pace! (2008), Rocco + Colomba (2011), Specchio Specchio (2012), La settima strega (2014) e Voglio fare l’innamorata (2014).

copertina2Titolo: Nemmeno in paradiso
Autore: Chelsey Philpot
Editore: DeAgostini
Pagine: 352
Uscita: 5 maggio
Prezzo: 14,90 €

Charlotte Ryder sa già tutto sul conto di Julia Buchanan prima ancora di conoscerla. Prima ancora di doverla ospitare una notte in camera sua, nel dormitorio del St. Anne College. I Buchanan sono il tipo di famiglia che non passa inosservata. Persino la preside Mulcaster è solita interrompere a metà un discorso per guardarli scendere, uno dopo l’altro, dalla loro lussuosa macchina nera. Per i Buchanan frequentare il St. Anne è come vivere in un acquario: tutti sanno tutto di loro. O almeno così crede Charlotte. Quello che non si aspetta, però, arrivando al St. Anne dal lontano New Hampshire, è di poter diventare la migliore amica di Julia Buchanan. Di essere inghiottita nel suo mondo abbagliante, fatto di feste ininterrotte, fiumi di champagne, appuntamenti notturni e incontri segreti. Un mondo in cui all’improvviso anche l’amore sembra a portata di mano. Perché quando Charlotte incontra Sebastian, il fratello di Julia, crede finalmente di avere tutto ciò che ha sempre desiderato. Presto però l’idillio si spezza. E davanti agli occhi di Charlotte si spalanca una tragedia. Un terribile segreto annidato dietro lo sfarzo che illumina le esistenze dei magnifici Buchanan…

“Lirico e avvincente allo stesso tempo”
 Publishers Weekly STARRED REVIEW

“Romantico come un romanzo d’amore, struggente come una tragedia classica.”
School Library Journal

Chelsey Philipot è cresciuta in una fattoria del New Hampshire e ha lavorato come editor e giornalista. Ha scritto per il «New York Times», il «Boston Globe» e numerose altre testate. È un’appassionata di libri e ama andare a caccia di librerie e musei. Quando non scrive, insegna alla Boston University.


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#48 Teaser Tuesday!

Buongiorno buongiorno!
Nuovo martedì, nuovo teaser: rigorosamente spoiler free, tratto dalle pagine del libro che ho attualmente in lettura, questa settimana vi porterà nelle atmosfere cupe e decadenti della saga fatata di Melissa Marr. Radiant Shadow, quarto volume su cinque, ci permette di spiare una creatura dell’Alta Corte, Devlin, creato dalla Ragione e dal Caos senza essere la loro perfetta sintesi, e una che non è né umana né fatata, Ani, figlia di un’umana e del segugio dell’oscurità Gabriel. Una parentesi gradevole dalle beghe politiche delle Corte, che pure non lasciano scampo – una lettura che mi sta piacendo molto e di cui sicuramente vi parlerò bene nell’immediato futuro!

«Sette lacrime in mare», disse alla creatura fatata.
Poi tornò accanto a lei e s’inginocchiò. Con la mano aperta aggiunse: «Sette lacrime per un desiderio». 
Raccolse la settima lacrima mentre le cadeva dal viso. La gettò in acqua, mentre la creatura rimaneva in silenzio.
«Esprimi un desiderio. Nel tuo sonno potrai vederlo realizzato». Rae era ancora inginocchiata accanto a lei. «Dimmi ciò che desideri».
La donna la fissò. Con voce appena percettibile, come una brezza leggera, espresse il suo desiderio. «Voglio vedere mio figlio, il mio Seth».
Il mare sparì e al suo posto apparve uno specchio. Il vetro era incorniciato da vecchi tralci anneriti dal fuoco. Sulla superficie Rae scorse una creatura mai vista prima, molto diversa nell’apparenza dall’austerità tipica della maggior parte degli esseri all’Alta Corte. Il giovane aveva le sopracciglia decorate da gioielli d’argento, un piercing sul labbro inferiore e una barretta con punte di freccia alle due estremità sulla curva superiore di un orecchio. Capelli corvini a incorniciare un viso che non possedeva la bellezza fatata, ma piuttosto il fascino inquieto di un mortale. Non sembrava affatto il figlio della creatura che aveva scoperto sulla sponda del ruscello. È per lui che lei vede se stessa ancorata al terreno da fibre d’argento?
Seth stava lottando con un gruppo di esseri sui cui avambracci si muovevano strani tatuaggi. Se fossero stati mortali, Rae li avrebbe definiti dei ceffi poco raccomandabili, gente di fronte a cui cambiare strada. Seth agguantò una muscolosa creatura di sesso femminile e si gettò, con lei tra le braccia, attraverso una finestra. I vetri rotti caddero sul pavimento di cemento di una stanza tetra.

Dove si trovano? Sta rivedendo la morte di suo figlio? È questo che sta accadendo?
Al pensiero che una madre assistesse assistendo alla morte del figlio, Rae sentì il volto contrarsi in una smorfia di dolore.  La creatura fatata non smise di fissare lo specchio. Sporse una mano come a toccare le immagini. «Il mio bellissimo ragazzo».

Seth rise allo sguardo torvo sul viso della creatura muscolosa. «Ti ho battuto».
«Niente male, ragazzo». Quell’essere dall’aspetto crudele estrasse dalla spalla una scheggia di vetro che le aveva provocato un lungo taglio. «Davvero niente male».
Qualcuno lanciò a Seth una bottiglia d’acqua attraverso la finestra infranta. Si scorgeva solo il braccio tatuato ma, anche senza vederne il volto, Rae comprese che si trattava di uno dei combattenti di poco prima. La voce parve risuonare come il rombo di un tuono: «Fai un altro round con Chela?».
Seth scosse la testa. «Non posso. Stasera ci saranno dei festeggiamenti alla Corte dell’Estate. Ash… parlerà e vuole che sia là con lei».
«Keenan?».
«Ancora niente», sorrise Seth, ma si fece distante, come se la sua felicità fosse uno sbaglio.
«Peccato».
«Tu sai dov’è…».
«No», intervenne Chela. «Non sta a Gabe o a me dirti cosa abbiamo scoperto per conto del nostro re».
Seth annuì. «D’accordo. Sono andato bene oggi?».
«Sei ancora troppo prevedibile», disse la voce che doveva appartenere a Gabe.
«Domani?».
«Ti sveglierai tardi. Non ha senso far baldoria», e a quel punto apparve alla finestra il sorriso di Gabe, «se poi si è costretti a una levataccia».
Quello scambio di battute parve a Rae troppo preciso per essere un ricordo. In più la scena non finiva con la morte di Seth. C’è qualcosa che non va. Guardando di nuovo l’immagine allo specchio, ebbe il sospetto di aver fatto qualcosa che non era mai successo prima: aveva permesso a quella creatura di osservare cosa stava accadendo in quel momento nel mondo mortale. Come è possibile?
«Tuo figlio non è morto, dunque?».

«No. Vive tra gli uomini». Si voltò a guardare Rae con occhi che non lasciavano intravedere alcun segno di emozione. Una membrana calò sulle sue pupille disumane, ricordando a Rae alcuni rettili. Le creature fatate erano diverse. L’aveva compreso sin dal primo giorno in cui era entrata nel loro mondo, ma raramente le era apparso tanto evidente.
«Da dove vieni?», le chiese di nuovo l’essere fatato.
«Sono solo un sogno», rispose Rae, come aveva sempre risposto alle altre creature fatate. Ma la sua voce tremò, facendo sembrare false le sue parole. «Questo non è un sogno, però».
«No».
«Potrei essere nata dalla tua immaginazione. Forse mi hai visto in un quadro, a palazzo…».
«No». La creatura fatata incrociò le braccia e la fissò. «Conosco ogni particolare di ogni dipinto nel mio palazzo. Non ti ho mai vista. Hai appena fatto qualcosa di… impossibile. Io non sono in grado di vedere la trama dell’esistenza di coloro ai quali sono legata. E invece è accaduto».
Rae si raggelò.
Il «mio palazzo»? «La trama dell’esistenza»? Lasair.
Rae si alzò e indietreggiò, allontanandosi dalla Regina Suprema e dallo specchio dentro cui Seth stava camminando in una strada che non assomigliava in alcun modo al mondo mortale che lei conosceva. Devlin sarà furibondo… se sopravvivo alle prossime ore. Le parole erano diventate all’improvviso più pericolose di quanto non avesse mai immaginato. Nei sogni si sentiva libera, al sicuro, onnipotente. Lasair, invece, onnipotente, lo era sempre. All’interno del regno fatato il mondo si rimodellava a suo piacimento e Rae non sapeva se questo valesse anche per i sogni. O per il mondo mortale.
«Chi sei?». Lasair non si alzò. Anche senza trono o altri ornamenti di potere, aveva un atteggiamento altero, regale. Il mare si gonfiò minaccioso. Ondate immense, pronte a schiantarsi, eppure immobili sopra di loro, strette in una morsa di ghiaccio. La mente della sovrana stava prendendo il controllo delle immagini su cui Rae non aveva più alcun potere. Tranne dello specchio. Era lì davanti, intatto malgrado le schegge di ghiaccio che, spezzandosi, precipitavano come massi che precedono una valanga.
«Un sogno. Sono il volto che hai voluto per il tuo piacere. Niente di più». Rae sperò che l’abitudine alla sincerità delle creature fatate da parte della sua interlocutrice le garantisse il tempo di fuggire. «Se vuoi, sparisco». Fece per andarsene. «È il tuo sogno».
«Ferma».
Rae si arrestò. Poi, convinta che non ci fosse corso d’azione più sicuro, né piano più saggio, riprese a camminare, allontanandosi. In un istante Lasair le apparve di fronte. «Ho detto ferma».
«Non hai potere sui sogni, Lasair», sussurrò Rae. «Non sei in grado di controllarli».
«Tutto è sotto il mio controllo nel mondo fatato». Quello sguardo altezzoso le ricordò Devlin al punto che si chiese come avesse potuto non riconoscere Lasair prima.
«Ma questo non è il regno fatato. Non sei sovrana dei sogni». Sorrise alla Regina Suprema con tutta la gentilezza di cui fu capace. «Ci sono dei mortali, seanchaís, col talento di manipolare i sogni. Nel mio sogno tu sei una normale creatura fatata».
«Cosa che non sei tu, invece». Lo sguardo indagatore di Lasair era fisso su di lei. «Chi ti ha tenuto nascosta da me?».
«Nessuno», mentì. «Sono sempre stata qui. Semplicemente non ho mai destato il tuo interesse fino a ora».
Quindi, prima che la Regina Suprema potesse venire a conoscenza di segreti pericolosi, Rae fuggì dal sogno e fece ritorno al mondo fatato.

 

Per metà umana e per metà essere fatato, Ani è guidata dai propri appetiti. Ma sono gli stessi che guidano anche nemici potenti e deboli alleati, come Devlin che è stato modellato per essere un assassino ed è il fratello della Regina dell’Alta Corte, fredda e calcolatrice, nonché della gemella di lei, confusionaria e personificazione della guerra. Devlin però vuole salvare Ani dalle sue sorelle, sapendo che, se fallisce, sarà lui lo strumento con cui la ragazza verrà uccisa. Ani, da parte sua, non è tipo da lasciarsi controllare mentre altri lottano a causa sua: ha abbastanza coraggio da proteggere se stessa e alterare i piani di Devlin. I due sono indissolubilmente legati da un destino che li rende allo stesso tempo minaccia e protezione l’uno per l’altra. Ma nel momento in cui la loro vicinanza diventa più stretta, un inganno ancora maggiore si prepara a mettere in pericolo il mondo fatato. Il prezzo da pagare perché si salvi sarà dunque la loro separazione?


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#47 Teaser Tuesday!

Ragazzi, i prossimi mesi saranno tostissimi.
Seguire le mie – poche, per fortuna – lezioni e lavorare per il tirocinio sono due cose che messe assieme rubano un sacco di tempo e un sacco di energie. Sono stanca morta e per oggi non ho ancora finito, mi aspetta ancora la palestra… insomma, un macello. Motivo per cui il teaser di oggi sarà breve e di nuovo tratto dalle pagine di Shiver, di Maggie Stiefvater.
Enjoy!

Mi affacciai nel corridoio per controllare che i suoi genitori non fossero nei dintorni e mi intrufolai di nuovo nella stanza, dove Grace si era già infilata nel letto, un rigonfiamento lungo e morbido sotto le coperte. Per un attimo provai a immaginare com’era vestita.
Avevo un ricordo annebbiato, da lupo, di quando una mattina di primavera era scesa dal letto indossando soltanto una maglietta larga, e ripensai alle sue lunghe gambe nude che scivolavano da sotto le coperte. Così sexy da far male.
Di colpo mi vergognai per quelle fantasticherie. Per alcuni minuti feci avanti e indietro ai piedi del letto, pensando alle docce fredde e agli accordi e ad altre cose che non fossero Grace.
«Ehi» sussurrò lei, la voce impastata come se già dormisse. «Che cosa stai facendo?»
«Ssst» dissi, con le guance infiammate. «Scusa se ti ho svegliata. Stavo solo pensando.»
Il suo commento fu spezzato da uno sbadiglio. «E allora smettila di pensare.»
Mi distesi sul letto, restando sul bordo del materasso. Quella sera era successo qualcosa che mi aveva cambiato, qualcosa riconducibile al fatto che Grace mi aveva visto dare il peggio, immobile nella vasca da bagno, pronto ad arrendermi. Quella notte il letto sembrava troppo piccolo per sfuggire al suo profumo, al suono intorpidito della sua voce, al calore del suo corpo. Con fare discreto, ammucchiai un po’ di coperte tra noi e posai la testa sul cuscino, sperando che i miei dubbi volassero via e mi lasciassero dormire. Grace si protese verso di me e iniziò ad accarezzarmi i capelli. Chiusi gli occhi e lasciai che mi facesse impazzire. Lei disegna forme strane sul mio viso / Forme che non possono cambiare / la versione di me che tengo dentro / quando sono accanto a te, accanto a te, accanto a te.
«Mi piacciono i tuoi capelli» disse.
Io non dissi niente. Pensavo a una melodia che si accordasse con quei versi.
«Mi spiace per stasera» sussurrò. «Non volevo spingerti al limite.»
Sospirai mentre le sue dita tracciavano la linea delle mie orecchie e del collo.
«Va tutto così in fretta. Vorrei che tu» – mi fermai prima di dire mi amassi, perché non volevo sembrare arrogante – «vorrei che tu stessi con me. L’ho sempre voluto. Solo, non ho mai pensato che potesse succedere.» Suonava troppo serio, così aggiunsi: «In fondo sono una creatura mitologica. Tecnicamente non dovrei esistere.»
Grace rise, a bassa voce, solo per me. «Stupido. Io ti trovo molto reale.»
«Anch’io» sussurrai.
Ci fu una lunga pausa al buio.
«Vorrei essermi trasformata» disse alla fine, quasi impercettibile.
Aprii gli occhi, perché avevo bisogno di vedere la sua espressione.
Era più esplicita di qualsiasi altra espressione che le avevo visto fino ad allora; infinitamente triste, con le labbra socchiuse dal desiderio. Mi protesi verso di lei, le presi il viso tra le mani. «Oh, no, non devi, Grace. Non devi.»
Scosse la testa contro il cuscino. «Sono così infelice quando sento gli ululati. Stavo cosi male quando d’estate non ti vedevo.»
«Oh, angelo, se potessi ti porterei con me» dissi, e mentre lo dicevo ero sorpreso che dalla mia bocca fosse uscita la parola angelo e che fosse quella più appropriata.

Grace e Sam non si sono mai parlati, ma da sempre si prendono cura l’una dell’altro. Non si conoscono, eppure lei rischierebbe la vita per lui, e lui per lei.
Perché Grace, fin da piccola, sorveglia i lupi che vivono nel bosco dietro casa sua, e in particolare uno dotato di magnetici occhi gialli, che negli anni è diventato il suo lupo. E perché Sam da quando era un bambino vive una doppia vita: lupo d’inverno, umano d’estate. Il caldo gli regala pochi preziosissimi mesi da essere umano prima che il freddo lo trasformi di nuovo.
Grace e Sam ancora non si conoscono, ma tutto è destinato a cambiare: un ragazzo è stato ucciso, proprio dai lupi, e nella piccola città in cui vive Grace monta il panico, e si scatena la caccia al branco. Grace corre nel bosco per salvare il suo lupo e trova un ragazzo solo, ferito, smarrito, con due magnetici occhi gialli. Non ha dubbi su chi sia, né su ciò che deve fare.
Perché Grace e Sam da sempre si prendono cura l’una dell’altro, e adesso hanno una sola, breve stagione per stare insieme prima che il gelo torni e si porti via Sam un’altra volta. Forse per sempre.


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#44 Teaser Tue—Thursday!

Buongiorno bestiole!
Vorrei avere il coraggio di farmi un video in questo momento, per darvi un’idea delle condizioni in cui sono: collo e spalle bloccati, esattamente come si suppone debba essere per la vecchietta che sto per diventare, sguardo fisso in avanti e grande difficoltà nel guardare allo schermo del cellulare che si trova a neanche dieci cm dal computer. A destra. Ouch. Basta scrivermi, basta! Non voglio neanche avere la tentazione di leggervi!
A parte questo, c’è quasi il sole a Forlì e sono estremamente turbata dall’andazzo che The 100 – il mio ultimo amore telefilmico (?) – ha preso, quella brutta questione che coinvolge aghi, trasfusioni e droghe, quindi forse il romanzo da cui ho estratto il teaser di oggi non è la lettura più adatta da portare avanti. Però oh, ho preso l’impegno, ho scelto di leggere qualcosa che è molto al di fuori della mia confort zone letteraria e adesso porto a casa il risultato. Fine della storia. A un passo dalla vita è il romanzo d’esordio di Thomas Melis ed è anche duro come un pugno nello stomaco.

Il pomeriggio era scuro e piovoso. Una tipica giornata che, sin dalla notte dei tempi, qualsiasi uomo avrebbe definito “di merda”. L’autobus si fermò e aprì le porte laterali d’ingresso. Montai sulla pedana e mi accomodai nel primo posto libero. Il mezzo pubblico era popolato dal solito miscuglio umano composto da anziani autoctoni, studenti fuorisede e immigrati di varia etnia. Il sistema di trasporto urbano mi offriva ogni volta una lezione pratica sulle dinamiche sociali attive all’interno della città e dei suoi quartieri. Le facce delle persone, i loro discorsi, il modo in cui vestivano, rivelavano la distanza tra l’immagine della società propagandata dai mass media e la vita reale. L’estetica dello spazio fisico esterno, compreso tra le fermate del bus, e il ciclico ricambio della popolazione al suo interno, mostravano l’abisso che separava il centro storico dalla periferia. L’ordine architettonico sfarzoso e l’umanità da copertina patinata, venivano sostituiti dal freddo grigiore dei quartieri dormitorio, palcoscenico di sudici vizi privati e dimora a buon mercato di reietti. Gli occhi delle prostitute in abiti succinti dirette all’angolo, l’ansia degli eroinomani in cerca di una dose, la puzza di alcool dei barboni con il cartone di Tavernello in mano, parlavano la stessa miserabile lingua di sofferenza da nascondere inesorabilmente sotto il tappeto periferico della città assieme al resto dell’inconfessabile degenerazione creata da una società senza direzione.
All’incrocio tra via Vittorio Emanuele II e viale Morgagni decisi di scendere dal bus. Avrei potuto prendere una coincidenza ma mi venne voglia di fare una passeggiata e ascoltare della musica. Estrassi dal mio borsello Gucci un iPod e selezionai “Devil’s Pies” di D’Angelo. Camminai per meno di un chilometro e giunsi di fronte all’imponente struttura del Polo universitario.
La cittadella era stata costruita utilizzando un grande piazzale come epicentro. Al suo interno, tra maestosi edifici adornati da grandi lastre di pietra, si dipanava un circuito di stradine e portici contraddistinto dalla ricorrente presenza del colore rosso. Il complesso riproponeva classici elementi architettonici del passato commistionati a soluzioni attuali, in un tipico crogiuolo postmoderno.
L’edificio D6 si trovava al centro della struttura. Salii al primo piano e mi recai direttamente nei pressi dell’aula 23. Mi accomodai in una postazione studio nell’andito, e aprii le dispense.

È una Firenze fredda, notturna e mai nominata quella che fa da palcoscenico alla storia di Calisto e dei suoi sodali, il Secco e Tamagotchi. La città è segnata dalla crisi globale, dietro l’opulenza pattinata del glorioso centro storico si nasconde la miseria dei quartieri periferici. Calisto è intelligente, ambizioso, arriva dal Meridione con un piano in mente e non ha intenzione di trasformarsi in una statistica sul mondo del precariato. Vuole tutto: tutto quello che la vita può offrire. Vuole lasciarsi alle spalle lo squallore della periferia – gli spacciatori albanesi, la prostituzione, il degrado, i rave illegali –, per conquistare lo scintillio delle bottiglie di champagne che innaffiano i privè del Nabucco e del Platinum, i due locali fashion più in voga della città. Calisto vuole tutto e sa come vincere la partita: diventando un pezzo da novanta del narcotraffico.
Cupamente, nella rappresentazione di un dramma collettivo della “generazione perduta”, schiava di un sistema socioeconomico degenere e illusa dalle favole di una televisione grottesca, si snoda questa storia di ingiustizie e tradimenti, ma anche di amicizie e amori forti tragicamente condannati. Perché il male non arriva mai per caso e la vita non dimentica mai nulla, non perdona mai nessuno.


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The Very Inspiring Blogger Award

Come già annunciato, ritorno ad affacciarmi a questa finestrella di web con il secondo post della giornata! Di questa cosa, ecco, io non mi capacito. Arriva al termine di un weekend bellissimo, passato nella natura e in compagnia di persone conosciute solo di recente e in un contesto dove mai avrei pensato di trovarmi così bene – una inaspettatissima ciliegina sulla torta, letteralmente. Annachiara mi ha nominata per i Very Inspiring Blogger Award, un’iniziativa stupenda che ho visto girare già da un po’ e alla quale, in tutta onestà, non avrei mai creduto di poter partecipare. Per la milionesima volta, grazie per quello che stai facendo, aiutandomi a crescere come bookblogger.
Venendo alle regole dell’iniziativa, sono poche e sono semplicissime:
1. Ringraziare la persona che ti ha nominato!
2. Elencare le regole e visualizzare il premio.
3. Condividere 7 fatti su di te.
4. Nominare altri 15 blog e lasciare un commento per fargli sapere che sono stati nominati.
5. Mostrare il logo del premio sul tuo blog e seguire il/la blogger che ti ha nominato.

Dunque, sette fatti random su di me.

1. Non mi è facile parlare di me stessa. Sono una persona timida, che ha bisogno di molto tempo per riflettere su qualsiasi cosa: persino in questo momento, nella quiete della mia camera, mi trovo in difficoltà nel pensare a qualcosa che inevitabilmente mi esporrà ad occhi estranei perché non amo sentirmi al centro dell’attenzione.

2. Il primo punto comporta, inevitabilmente, grandi difficoltà nel relazionarmi con persone che non conosco davvero molto bene o alla cui presenza mi sono abituata gradualmente nel tempo. I miei amici sono pochi ma strettissimi, le mie conoscenze non si spingono troppo in là numericamente perché, beh, io ho bisogno di tempo per tutto e vivo in un mondo che di tempo è disposto a concerdetene ben poco persino quando si tratta di bere un caffè.

3. Parlando di caffè, la mia giornata non si considera iniziata fino a quando non ho bevuto una buona tazza di caffellatte con due cucchiaini di zucchero di canna, a cui si accompagna una immancabile ciotola di cereali con lo yogurt rigorosamente bianco.

4. D’inverno mi trasformo in una patita di thé e tisane, che consumo in gran quantità. La mia preferita è la tisana al finocchio, da gustarmi al calduccio sotto le coperte in quelle due orette scarse che precedono il momento di andare a dormire. Mi piace la sensazione della tazza calda tra le dita, e il profumo che mi solletica il naso mentre guardo un film o un telefilm, o leggo qualche pagina. Sotto Natale, invece, arancia e chiodi di garofano si sprecano, assieme alle canzoni natalizie che mi fanno da sottofondo grossomodo da metà novembre in poi.

5. Ho iniziato, ad aprile, ad andare a correre al mattino presto, prima di fare colazione. Inizialmente la cosa era dovuta all’imminente partecipazione alla Colour Run del 24 maggio, volevo a tutti i costi evitare una figuraccia morendo dopo neanche un chilometro, poi la cosa è diventata una piacevolissima abitudine che spero di riuscire a portare avanti anche nei mesi invernali, nonostante il freddo e la mia innegabile pigrizia.

6. Perché si, sono straordinariamente pigra. Ho costantemente bisogno di spronarmi a fare un passo in più ogni giorno e non c’è posto al mondo come il divano dove sprofondare e lasciarmi morire d’inedia. Una morte nobile, e dignitosissima.

7. A rimediare allo stato di coma vegetativo che rischia di prendere il sopravvento sulla mia già sedentaria esistenza di studentessa, ci pensa Kora. Chi mi conosce sa che è il mio cane, ma sono in pochissimi quelli che invece sanno quanto il mio sogno più grande sia poter lavorare con lei a qualcosa che non si limiti ad un “seduto” o a una discreta condotta con o senza guinzaglio. Io voglio fare riporto, che non ha nulla a che vedere con strani e opinabili modi di sistemare i capelli per nascondere calvizie più o meno vistose: il riporto è l’attività retriever per eccellenza, una disciplina sportiva in cui viene simulata una battuta di caccia tramite l’uso di riportelli. Ed è questo che faccio quando il tempo e il mio altalenante rapporto con Kora lo permettono: me la carico dietro, assieme a mia sorella, e tutte e tre andiamo a lavorare in compagnia di persone che condividono questa nostra stessa passione – con risultati infinitamente superiori! – e una visione del cane che, mi rendo conto, è difficile spiegare a chi non la vive ogni giorno. Siccome però mi rendo conto che delle mie idee e attività cinofile interessa molto poco al resto dell’universo, vi lascio qualche foto di ieri perché il posto in cui ci siamo fermati a lanciare era di una bellezza mozzafiato. Meno belle, a dire il vero, le vipere che abbiamo incrociato tornando verso le macchine. Paura. PAURA. 

Un topolino extralarge.

Occhi chiusi stile di vita.

Un topolino extralarge che corre verso mia sorella, in quel momento impegnata a lanciare/fotografare. Il nostro scarso livello si deduce da questa foto: Kora avrebbe dovuto riportare a me, che stavo da tutt’altra parte. Sob.

Chiusa questa del tutto fuori luogo parentesi da riportista in erba e totalmente ubriaca da un intero fine settimana passato a riportare, passiamo alle mie nomination. Che mi mettono non poco in difficoltà, perché o le blogger che sto per citare sono già state nominate e hanno già passato questo momento di scrittura di un post del tutto fuori contesto dall’abituale o non hanno mai sentito parlare di me, che sono una lettrice fastidiosamente silente e poco propensa ad espormi – esattamente come nella vita vera. E comunque a quindici manco c’arrivo, purtroppo. Per cui ecco, se state leggendo qui dopo esservi ritrovati un mio commento spuntato fuori dal nulla, nessuna paura: non sono una stalker, sono una persona molto riservata che vi legge! E se avete già ricevuto nomination, non importa fare un secondo post, così come il fatto di seguirmi… non sentitevi obbligati, al contrario. Se volete, fatelo e la cosa mi farà piacerissimo. Se questo blog invece vi fa schifo, pace all’anima – ma se vi avanza tempo, fatemi sapere come migliorare!

1. Annachiara, di Please Another Book, because of reasons.
2. Mr. Ink, di Diario di una dipendenza, perché le sue recensioni non sono recensioni, ma scampoli di una persona dalla sensibilità straordinaria.
3. Erika, di Wonderful Monster, perché il suo blog è uno dei più belli su cui abbia mai posato lo sguardo.
4. Glinda, dell’Atelier dei Libri, perché lui non può saperlo ma è grazie al suo blog che ho preso coraggio e ho aperto il mio. 
5. Living for Books, perché è uno dei primi bookblog che abbia mai seguito.
6. Franci, di Coffee and Books, perché ho scoperto solo da pochissimo che ha un blog letterario, ma è uno dei miei amici su GR alla cui libreria mi ispiro più di frequente quando non so cosa leggere.

E quindi niente, questo è quanto. 
Nella speranza di dimostrarmi all’altezza di questa nomination, dichiaro ufficialmente conclusa la mia pausa-caffé-senza-caffé (ne ho già bevuti troppi oggi) e torno a studiare!

 


1 Commento

Il Club del Libro: “Il labirinto”, James Dashner.

Si, lo so, è trascorsa un’imbarazzante quantità di giorni dall’ultimo aggiornamento. Cosa è successo? Fondamentalmente un sacco di cose: si sta concludendo questo primo anno di magistrale e pare che tutti i professori si siano messi d’accordo per impedirmi di godere di queste prime, stupende giornate quasi esistevi. Un lavoro di gruppo qui, un’intervista là, una relazione subito dietro, il primo esame due giorni fa… maggio mi si è schiantato addosso con una velocità spaventosa e di punto in bianco mi son resa conto di tutto quello che è rimasto in sospeso. Come questo blog, coff. Il lato positivo è che tra le mille cose da fare ce ne è stata una che ha reso i miei lunedì qualcosa di diverso dal solito incubo: il Club del Libro. Ogni inizio settimana è stato scandito da nuovi capitoli da leggere e l’immersione, davanti ad una tazza di caffellatte, in un universo che ci ha colpite più di quanto non potessimo immaginare.
Per quel che mi riguarda, prima di lasciare la parola ad alcune delle mie compagne di lettura, è stata un’esperienza bellissima. Non solo per l’aver trovato persone che, come me, amano leggere e non hanno paura di passare il venerdì sera sotto le coperte, con un pigiama con i gufi, a leggere. Persone lette in altre contesti, conosciute per altri motivi, e poi unite un po’ per caso in un piccolo gruppo che spero rimanga a farmi compagnia per molti altri lunedì, con cui squittire o strillare perché non siamo state in grado di diluire i capitoli nel tempo e, puntualmente, il mercoledì siamo state costrette a trovare qualcos’altro da leggere per rispettare le scadenze. Fortuna per noi, abbiamo già una lunga lista di libri in attesa e giusto ieri abbiamo dato il via alla seconda lettura collettiva proprio con il seguito, The scorch trials  – quindi, bando alle ciance, diamo a quello appena concluso lo spazio che merita.

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