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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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MiniReview: “Nella tana del lupo”, Nora Noir.

Buongiorno!
Lo so, i paperboy ultimamente latitano, evidentemente diffidano di questo caldo ritrovano e aspettano un altro po’ per uscire definitivamente dal letargo, chi lo sa! Intanto ne approfitto per parlarvi di questo libricino ubercarino, letto in un pomeriggio, che vi consiglio caldamente per passare una manciata d’ore straordinariamente piacevoli! Dai che è venerdì, non sentite il richiamo del fine settimana nell’aria?

Titolo: Nella tana del lupo
Autore: Nora Noir
Editore: Rizzoli – You feel
Pagine: 94
Anno: 2015

Quando si accende la passione anche il ghiaccio diventa rovente.
Noemi è una ricercatrice italiana di Scienze naturali. La sua vita scorre ordinaria e tranquilla tra il lavoro all’università e l’amore non corrisposto per un collega, fino a quando il professore che affianca negli studi le chiede di prendere il suo posto in un progetto di ricerca in Alaska: dovrà seguire gli spostamenti dei lupi e studiarne le dinamiche sociali. Noemi, tra mille dubbi e paure, lascia il tepore della famiglia e parte per lo Yukon. Trova ad attenderla Jeff, un rude etologo italo-inglese che si rivela un rassicurante ed esperto compagno di avventura. Gli appostamenti nella neve, i lunghi momenti in attesa del branco e le chiacchierate davanti al caminetto abbattono ogni barriera tra Noemi e Jeff, e scocca una scintilla che nessuno dei due aveva previsto. La natura intorno a loro li aiuterà a liberarsi da qualsiasi convenzione, svelando le loro passioni più intime e selvagge. Ma il passato di Jeff non resterà a lungo sepolto sotto la neve…
Sensuale, intrigante, proibito, dopo “Ciliegio in fiore” un altro elegante erotico che vi sedurrà.

Mi sono approcciata a questo libro in punta di piedi, titubante come tutte le volte che si tratta di affrontare una romance, senza sapere se sarei stata in grado di godermela o se la mia latente avversione al sesso senza trama, senza personaggi, senza sapore sarebbe spuntata fuori di punto in bianco, guastando tutto. Sono stata fortunata, invece, perché Nella tana del lupo è un libricino straordinariamente gradevole che apre una parentesi selvaggia – primitiva – nella vita di Noemi, biologa ricercatrice all’Università di Milano. No, non si sa quale delle tante, ma non è neppure importante in fondo perché la grigia città del nord-Italia è una cornice che l’accompagna per pochissime pagine, presto sostituita dai panorami sconfinati della regione dello Yukon, in Canada. Qui, tra foreste primordiali, cieli gelidi e notti stellate, lontana da tutto ciò che ha sempre conosciuto e pensato di volere, Noemi imparerà il valore straordinario della natura incontaminata al fianco di un uomo che dedica la propria vita a studiare i lupi – creature nobili, dalla fedeltà incrollabile, simbolo di un amore eterno.
La trama è semplice – quasi classica, oserei dire – ma impreziosita dalla particolarità del contesto, dalla precisione con cui sono citate nozioni di etologia che permettono di cogliere un doppio binario tra quella che è la quotidianità dei lupi – la vita in branco, la suddivisione in alpha e beta, il corteggiamento, l’importanza dei ruoli e delle gerarchie, la caccia – e l’evoluzione di Noemi che giorno dopo giorno riscopre se stessa nel mondo magico che la circonda e nell’amore viscerale, animale che la lega inevitabilmente a Jeff. Descritto come un Kurt Cobain che ha raggiunto la maturità, spettinato e piuttosto rude, questo etologo rimane un mistero irrisolto, che si svela solo sporadicamente nel corso della lettura per rivelare delle premure inaspettate e per questo doppiamente gradite; conquista il cuore di Noemi senza averlo messo in conto, conquistato a sua volta, e per quanto in più di una occasione viene proprio voglia di alzare gli occhi al cielo esclamando “tipico!”, non è difficile subire il suo fascino ruvido.
Mi è piaciuta moltissimo l’accuratezza e la precisione in tema di etologia, una fissazione che spesso mi porta a non apprezzare un sacco di romanzi, e ammetto di aver scoperto un paio di cose che ignoravo, in materia. Certo, le poche pagine non permettono chissà quanto approfondimento dei personaggi, l’unico che davvero si ha un po’ la sensazione di conoscere è la protagonista ma anche qui, nonostante la narrazione in prima persona, i tempi sono talmente stringati che non è una cosa così scontata. Complessivamente Nella tana del lupo è una lettura gradevole, veloce e poco impegnativa: l’ideale per un pomeriggio pigro, da ravvivare con la giusta miscela di pepe e romanticismo, senza correre il rischio di scadere nella volgarità più spinta. Davvero una bellissima sorpresa.

Penso e ripenso a mille cose cercando di star calma, finché sento un rumore.
Sarà Jeff? No, è un suono troppo sottile, per essere i passi di un uomo alla ricerca.
Sembrano i movimenti tranquilli di qualcuno che qui è di casa, come se si muovesse nel suo salotto, conoscendone ogni angolo.
So di che cosa si tratta.
Dovrei essere terrorizzata.
Invece… una strana calma mi invade.
Vieni, ti aspetto.
So chi sei.
Sbuca fuori a pochi metri da me.
È un lupo.
Quando mi passa lentamente davanti io mi pietrifico e incrocio il suo sguardo. È meraviglioso: è la prima volta che ne vedo uno così da vicino, in libertà. Ha la testa molto grande, più grande rispetto a quella di un cane, e una pelliccia stupenda. Ma la cosa che ammalia e meraviglia di più è l’intensità dei suoi occhi. Sono grandi, gialli, ben delineati, obliqui e intensi. Intravedo i suoi denti affilati, i canini lunghi e bianchi. La sua forza traspare anche se è immobile e calmo.
A rigor di logica potrebbe attaccarmi, in fondo sono nel suo territorio; invece, niente.
Ci fissiamo per qualche lunghissimo, interminabile, eterno istante. Mi aspetto che da un momento all’alto digrigni i denti e avanzi minacciosamente verso di me, invece non fa proprio niente. Nulla di nulla. Mi guarda un po’ come Jeff quando siamo insieme nella foresta.
Posso leggere benissimo nei suoi occhi intelligenti e freddi quel misto di compassione e distacco che un vero signore della foresta potrebbe provare per una stupida umana di città che ha osato arrivare fin qui. Sa benissimo che potrebbe sbranarmi, ma non lo fa. 
Paradossalmente, sono più tranquilla. È come se sentissi di potermi fidare, e mi pare quasi di leggere nel suo sguardo: «Tranquilla, sciocca, fra poco il tuo capobranco verrà a prenderti. Ne sento già l’odore».

 

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#39 Teaser Tue—Thursday!

Ho passato tutta la giornata di ieri convinta fosse giovedì, torturandomi perché incapace di trovare un momento per postare il Teaser Thursday, e invece questa mattina mi sono alzata, ho aperto gli occhi, guardato il cellulare e tac! 26 febbraio 2015 – giovedì. Mi sono sentita una scema totale e se ci penso la situazione non migliora, così facciamo finta di niente e passiamo direttamente alle cose importante: il teaser di oggi, rigorosamente spoiler-free, arriva dalle pagina di Una sera a Parigi, il romanzo di Nicolas Barreaus consigliatomi caldamente dalla splendida Angie, la quale non solo raccomanda libri stupendi ma ha di recente aperto un suo angolino di web che potete visitare cliccando qui. E quando dico “potete”, è piuttosto evidente che in realtà intendo “dovete”…!

Ero profondamente grato a Monsieur Lumière per aver inventato il cinematografo, e credo di essere stato l’unico della mia classe a sapere che il primo film, girato nel 1895 e della durata di poche decine di secondi, mostra l’arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat. E che il cinema francese ha un’essenza profondamente impressionista, come ripeteva con convinzione zio Bernard. Io non avevo idea di cosa significasse “impressionista”, ma doveva essere qualcosa di eccezionale.
Quando Madame Baland, la nostra insegnante di storia dell’arte, ci portò alla Galleria nazionale del Jeu de Paume che ancora ospitava i dipinti degli impressionisti prima che fossero trasferiti nell’ex stazione ferroviaria nel Quai d’Orsay, tra i delicati paesaggi inondati di luce scoprii una locomotiva nera che entrava in una stazione sbuffando un pennacchio di fumo bianco.
Osservai a lungo la tela e mi sembrò di capire come mai il cinema francese veniva definito “impressionista”: aveva a che fare con i treni in arrivo.
Spiegai la mia teoria a zio Bernard e lui sollevò le sopracciglia con espressione ironica, ma era troppo buono per correggermi. Anzi, mi insegnò a usare il proiettore, raccomandandomi di stare sempre molto attento a non lasciare troppo a lungo la pellicola di celluloide davanti al fascio di luce.
Quando vedemmo insieme Nuovo Cinema Paradisocapii perché. Il film era uno dei preferiti di zio Bernard, che con ogni probabilità aveva battezzato il proprio cinema in omaggio a questo classico della cinematografia italiana, benché non avesse un’essenza impressionista. “Niente male per essere italiano, eh?” borbottò con i suoi modi da patriota burbero, senza però riuscire a nascondere la commozione. “Sì, bisogna ammettere che anche gli italiani ci sanno fare.”
Io annuii, ancora scosso per la tragica sorte del vecchio proiezionista rimasto cieco nell’incendio che distrugge la cabina. Naturalmente mi immedesimavo nel piccolo Totò, anche se mia madre non mi aveva mai picchiato perché spendevo i miei soldi per vedere i film. D’altronde non ne avevo nemmeno bisogno, dal momento che potevo vederli gratis, compresi quelli non propriamente adatti a un bambino di undici anni.
A zio Bernard non interessava che un film fosse vietato ai minori, purché fosse un “buon film”. E un buon film era un film con un’idea: un film capace di toccare l’anima e dimostrare empatia per l’arduo compito di “essere”, di regalare un sogno a cui aggrapparsi in questa vita non sempre facile.
Cocteau, Truffaut, Godard, Sautet, Chabrol, Malle: per me erano tutti come vicini di casa.
Incrociavo le dita per il ladro di Fino all’ultimo respiro; indossavo i guanti insieme a Orfeo e attraversavo lo specchio per liberare Euridice dagli inferi; ammiravo il fascino divino di Bella in La bella e la bestia, con i capelli biondi che le arrivano ai fianchi, mentre precede il mostro triste sulla scalinata al chiarore tremolante di un candelabro a cinque bracci; e mi angosciavo con Lucas Steiner, il regista ebreo in L’ultimo metrò, che vive nascosto nello scantinato del teatro e ascoltando le prove si accorge che la moglie è innamorata di un collega attore. Gridavo insieme ai ragazzini di La guerra dei bottoni che si azzuffano tra loro; soffrivo con Baptiste che in Amanti perduti cerca disperatamente di ritrovare Garance nella bolgia del carnevale; inorridivo quando Fanny Ardant spara all’amante e poi si uccide in La signora della porta accanto; consideravo stramba Zazie di Zazie nel metrò, con i grandi occhi e la fessura tra i denti davanti; e ridevo dei fratelli Marx all’opera e delle scoppiettanti schermaglie verbali di Billy Wilder, Ernst Lubitsch e Preston Sturges, che zio Bernard chiamava semplicemente les américains.
Preston Sturges, mi raccontò una volta zio Bernard, aveva stabilito le regole d’oro della commedia brillante: un inseguimento è meglio di una conversazione, una camera da letto è meglio di un salotto e un arrivo è meglio di una partenza. Regole che ricordo ancora oggi.
Va da sé che les américains non erano impressionisti come “noi francesi”, in compenso erano molto divertenti e i loro dialoghi molto arguti, mentre spesso i film francesi davano l’impressione di origliare prolisse discussioni tenute per strada, in un caffè, al mare o a letto.
Si potrebbe dire che a tredici anni conoscevo parecchie cose della vita, nonostante non ne avessi ancora una grande esperienza.

In una piccola strada di Parigi, percorrendo rue Bonaparte fino a scorgere la Senna e girando due volte l’angolo, si trova un luogo incantato: il Cinéma Paradis. È questo il regno di Alain Bonnard, l’appassionato e nostalgico proprietario del locale. Ed è qui che ogni mercoledì, al secondo spettacolo, va in scena Les amours au Paradis, una rassegna dei migliori film d’amore del passato. In quelle sere il Cinéma Paradis è avvolto da una magia particolare: regala sogni, come recita il poster appeso in biglietteria, sopra alla cassa antiquata. La piccola folla di habitué si abbandona volentieri sulle vecchie poltroncine di velluto per farsi rapire dal fascino del grande schermo. Ma da quando al secondo spettacolo partecipa anche una certa ragazza, è Alain a sognare più di tutti. Cappotto rosso, sorriso timido, siede sempre nella stessa fila, la numero diciassette. Poi, non appena in sala si riaccendono le luci, si allontana solitaria nella notte parigina. Chi è? E qual è la sua storia? Finalmente Alain trova il coraggio di invitarla a cena. È una serata perfetta e in più, poco dopo, accade un altro fatto eccezionale: un famoso regista americano annuncia di voler girare il suo prossimo film proprio dentro al Paradis, con protagonista la bellissima e inavvicinabile Solène Avril. Non solo Alain potrà conoscere una vera star, ma all’improvviso il minuscolo cinema, in perenne lotta per la sopravvivenza, registra ogni sera il tutto esaurito. Alain è fuori di sé dalla gioia. C’è solo una cosa che lo preoccupa: proprio quando va tutto a gonfie vele, la misteriosa ragazza con il cappotto rosso sembra scomparsa dalla faccia della terra. Che sia solo una coincidenza?

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Recensione: “Con un poco di zucchero”, Chiara Parenti.

Ancora tre ore e mezza di treno davanti a me, e solo due alle spalle: il viaggio della speranza non è neanche a metà. Vi lascio con la recensione di oggi, nella speranza che il vostro lunedì sia più entusiasmante del mio!

Titolo: Con un poco di zucchero
Autore: Chiara Parenti
Editore: Rizzoli
Pagine: 150
Anno: 30 ottobre 2014

Sinossi
A trent’anni suonati Matteo Gallo, aspirante scrittore senza soldi e senza speranze, è costretto a vivere con la sorella Beatrice e “loro”, Rachele e Gabriele, i due scatenatissimi nipotini. Nessuna delle tate finora ingaggiate è riuscita a domarli. Ma ecco che, come per magia, un pomeriggio di fine settembre, un forte vento che spazza le nubi dal cielo porta tata Katie.
Beatrice e i suoi bambini restano subito incantati da questa ragazza inglese un po’ stravagante e scombinata, che fa yoga, mangia verdure, va pazza per i dolci… e che con le sue storie fantastiche e i suoi giochi incredibili è in grado di cancellare l’amaro della vita. Matteo invece cercherà (o crederà) di sottrarsi al suo influsso: ma sarà tutto inutile, perché Katie compirà su di lui la magia più grande. Quella dell’amore.
Dall’autrice del romanzo rivelazione dell’estate 2014 “Tutta colpa del mare (e anche un po’ di un mojito)” una nuova, divertente e supercalifragilistichespiralidosa storia d’amore, che fa rivivere il mito di Mary Poppins.

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#32 Teaser Tuesday!

«Uno scrittore? Ohcchebbello!»
L’urlo di Tata Katie mi riporta alla realtà. «Io adoro leggere e anche scrivere figurati che ho pure un blog cioè è piccolo ma è pur sempre un blog dove scrivo di tutto si chiama Nuvoletta.com non so se lo conoscete ma forse no non lo conosce quasi nessuno però io ci scrivo lo stesso perché mi diverte.»
Non ho disimparato l’uso della punteggiatura, è che l’ha detta proprio così. La tata è un fiume in piena e qualcosa di atavico dentro di me mi suggerisce che è meglio starle alla larga. Mia sorella invece sembra quasi incantata, la guarda attratta come una falena dalla luce, sorridendole da mezz’ora come in preda a una paresi.
«Che genere scrivi?» cinguetta curiosa la tata.
«Horror» rispondo, e chissà perché il tono che mi esce è lo stesso di Lurch, il maggiordomo di casa Addams. La sua faccia si rabbuia di colpo.
«Oh, no, io non leggo horror. Troppo sangue. Una volta sono svenuta solo per dover fare una lastra…» dice sconsolata.
Però poi si rianima subito. «Comunque se un giorno scriverai qualcosa di romantico, giuro che lo leggerò. Io adoro i romance e le storie a lieto fine!»
«Io non scrivo romance!» reagisco indignato.
La tata non ha idea di quello che dice, non c’è altra spiegazione. Come potrei mai io, autore di La videocamera assassina e Non aprite quella posta, scrivere di sospiri, baci e amori tormentati? Per uno come me, sarebbe come darsi alla fantascienza!
Trovo San Valentino una festa più terrificante di Halloween, e la frase «vissero felici e contenti» vera almeno quanto «tranquillo, non sentirai niente», come mi disse mia sorella prima della canalizzazione dal dentista. Ho smesso di credere all’amore quando avevo sette anni, il giorno in cui mio padre mi salutò con un bacio in fronte e mi disse che sarebbe andato a comprarmi l’ultimo fumetto di Thor.
Credo che alla fine si sia perso nel regno di Asgard, perché non ha mai più fatto ritorno.