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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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Recensione: “Con un poco di zucchero”, Chiara Parenti.

Ancora tre ore e mezza di treno davanti a me, e solo due alle spalle: il viaggio della speranza non è neanche a metà. Vi lascio con la recensione di oggi, nella speranza che il vostro lunedì sia più entusiasmante del mio!

Titolo: Con un poco di zucchero
Autore: Chiara Parenti
Editore: Rizzoli
Pagine: 150
Anno: 30 ottobre 2014

Sinossi
A trent’anni suonati Matteo Gallo, aspirante scrittore senza soldi e senza speranze, è costretto a vivere con la sorella Beatrice e “loro”, Rachele e Gabriele, i due scatenatissimi nipotini. Nessuna delle tate finora ingaggiate è riuscita a domarli. Ma ecco che, come per magia, un pomeriggio di fine settembre, un forte vento che spazza le nubi dal cielo porta tata Katie.
Beatrice e i suoi bambini restano subito incantati da questa ragazza inglese un po’ stravagante e scombinata, che fa yoga, mangia verdure, va pazza per i dolci… e che con le sue storie fantastiche e i suoi giochi incredibili è in grado di cancellare l’amaro della vita. Matteo invece cercherà (o crederà) di sottrarsi al suo influsso: ma sarà tutto inutile, perché Katie compirà su di lui la magia più grande. Quella dell’amore.
Dall’autrice del romanzo rivelazione dell’estate 2014 “Tutta colpa del mare (e anche un po’ di un mojito)” una nuova, divertente e supercalifragilistichespiralidosa storia d’amore, che fa rivivere il mito di Mary Poppins.

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5 commenti

#32 Teaser Tuesday!

«Uno scrittore? Ohcchebbello!»
L’urlo di Tata Katie mi riporta alla realtà. «Io adoro leggere e anche scrivere figurati che ho pure un blog cioè è piccolo ma è pur sempre un blog dove scrivo di tutto si chiama Nuvoletta.com non so se lo conoscete ma forse no non lo conosce quasi nessuno però io ci scrivo lo stesso perché mi diverte.»
Non ho disimparato l’uso della punteggiatura, è che l’ha detta proprio così. La tata è un fiume in piena e qualcosa di atavico dentro di me mi suggerisce che è meglio starle alla larga. Mia sorella invece sembra quasi incantata, la guarda attratta come una falena dalla luce, sorridendole da mezz’ora come in preda a una paresi.
«Che genere scrivi?» cinguetta curiosa la tata.
«Horror» rispondo, e chissà perché il tono che mi esce è lo stesso di Lurch, il maggiordomo di casa Addams. La sua faccia si rabbuia di colpo.
«Oh, no, io non leggo horror. Troppo sangue. Una volta sono svenuta solo per dover fare una lastra…» dice sconsolata.
Però poi si rianima subito. «Comunque se un giorno scriverai qualcosa di romantico, giuro che lo leggerò. Io adoro i romance e le storie a lieto fine!»
«Io non scrivo romance!» reagisco indignato.
La tata non ha idea di quello che dice, non c’è altra spiegazione. Come potrei mai io, autore di La videocamera assassina e Non aprite quella posta, scrivere di sospiri, baci e amori tormentati? Per uno come me, sarebbe come darsi alla fantascienza!
Trovo San Valentino una festa più terrificante di Halloween, e la frase «vissero felici e contenti» vera almeno quanto «tranquillo, non sentirai niente», come mi disse mia sorella prima della canalizzazione dal dentista. Ho smesso di credere all’amore quando avevo sette anni, il giorno in cui mio padre mi salutò con un bacio in fronte e mi disse che sarebbe andato a comprarmi l’ultimo fumetto di Thor.
Credo che alla fine si sia perso nel regno di Asgard, perché non ha mai più fatto ritorno.