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Venticinque anni e il naso sempre tra le pagine – Chistmas edition!


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#2 Paperboy – Fidanzati di carta.

Secondo appuntamento con la rubrica Paperboy – Fidanzati di carta. La settimana scorsa abbiamo patito tutte un picco ormonale non indifferente a causa di Jaime Fraser, e in verità vi dico che non era niente rispetto a quanto ci aspetterà domenica, quando guarderemo la puntata che molto probabilmente diventerà la nostra più grande fantasia ad occhi aperti di sempre. Quindi, per compensare, oggi vi chiedo di munirvi di fazzoletti di carta, perché stiamo per celebrare un personaggio meraviglioso che tutte noi sogniamo di incontrare nella nostra vita – ma con una piccola postilla, perché di un fidanzato morto ce ne facciamo ben poco, quindi niente cancro grazie! Siccome a questo punto immagino abbiate capito chi sia il protagonista di questo venerdì pre-trasloco, bando alle ciance. E se qualcuno solo ha il coraggio di pensare che un diciottenne è troppo piccolo per me, invito quel qualcuno a farsi un bell’esamino di coscienza, perché lo sappiamo tutti che non c’é modo di sfuggire all’innamoramento per lui, neppure a venticinque anni.

Augustus Waters
Augustus Waters. Sì, lo so che l’ho già scritto, ma se penso a lui allora devo automaticamente pronunciare il suo nome, perché non c’è altro modo per farlo. Quindi, Augustus Waters. Il ragazzo la cui vita è una montagna russa che va sempre e soltanto in su, il diciottenne che tutte noi avremmo volute incontrare al liceo, quello che segretamente fantasticavamo di incrociare in corridoio per sbaglio, quello che si sarebbe innamorato di noi nonostante tutto e che avremmo amato nonostante tutto. Che amiamo, diciamocelo francamente, nonostante tutto. Nonostante il cancro. Augustus Waters è un figlio di puttana, ma noi lo perdoniamo; una persona vanitosa, bella e perfettamente consapevole della sua bellezza. Un po’ stucchevole alle volte, certamente teatrale e esagerato, nella sua smania di grandezza terrorizzato dall’oblio e per questo, alla fine, forse un po’ prevedibile. Augustus Waters è il ragazzo dei grandi gesti, delle grandi verità, dei grandi pianti e delle grandi risate. Non c’è niente in lui che non aspiri costantemente alla grandezza, e se non fosse per la sua mente brillante, per la devastante sincerità, per la brutalità con cui rifiuta di negarsi il piacere della verità, ecco, si potrebbe persino detestarlo. O trovarlo ridicolo. Augustus Waters è quello che mette tra i denti ciò che può ucciderlo, ma non gli da il potere di farlo. È quello che sa che non si può evitare di soffrire, nella vita, ma che si può scegliere da chi o cosa farsi ferire – ed è felice delle proprie scelte.
Augustus Waters è anche morto, perché quel grandissimo stronzo – e che Dio lo benedica sempre perché guai, guai, GUAI se non avesse scritto Colpa delle stelle! – di John Green ha deciso di far illuminare la sua PET come un albero di Natale, gli ha fatto tornare il cancro che si era già mangiato la sua gamba e ha fatto in mondo che questa volta se lo mangiasse tutto.
Ma noi, piccole Hazel Grace, abbiamo avuto il privilegio di amarlo. Non quanto lei, non come lei, ma a modo nostro – ci sono piccoli infiniti e grandi infiniti, il nostro è un infinito talmente microscopico da far ridere a conti fatti. Ma non importa, perché è esistito.

“I’m in love with you,” he said quietly.
“Augustus,” I said.
“I am,” he said. He was staring at me, and I could see the corners of his eyes crinkling. “I’m in love with you, and I’m not in the business of denying myself the simple pleasure of saying true things. I’m in love with you, and I know that love is just a shout into the void, and that oblivion is inevitable, and that we’re all doomed and that there will come a day when all our labor has been returned to dust, and I know the sun will swallow the only earth we’ll ever have, and I am in love with you.”

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Citazione: “Will ti presento Will”, John Green – David Levithan.

mamma: devo smetterla con questa roba. devo iniziare a vivere.

credo lo stia dicendo a se stessa o all’universo,  non a me. però non posso fare a meno di pensare che iniziare a vivere sia una cosa che può credere solo un idiota totale. come se potessi prendere la macchina e andare al super e comprarti una vita nuova. la vedi nella sua bella confezione lucida e guardi dentro la plastica trasparente e dai un’occhiata a questa nuova vita e dici: “wow, ho un’aria molto più felice… credo che sia questa la vita che devp iniziare a vivere!”, poi la porti alla cassa e la paghi con la carta di credito. se iniziare a vivere fosse così facile, saremmo una specie felicissima. e invece non lo siamo. per cui, mamma, la tua vita non è là fuori che ti aspetta,  non illuderti che tutto ciò che devi fare è trovarla e portartela a casa. no, la tua vita è proprio qui. e sì, fa cagare. quasi tutte le vite fanno cagare. per cui se vuoi che le cose cambino, non devi iniziare a vivere, devi muovers il culo.


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Recensione: “Colpa delle stelle”, John Green.

Sembra una cazzata, ma la vita della studentessa fuori sede è faticosa. Tante piccole cose che prima davo per scontate improvvisamente non sono poi così tanto scontate – come avere sempre calzini puliti nel cassetto o qualcosa di commestibile nel frigo -, ma sopra ogni altra cosa quello che viene a mancare di più è il tempo. Tempo per scrivere di libri già letti, ma soprattutto tempo per leggere libri nuovi. Non ho intenzione di mollare il colpo così, mancasse altro – ci è voluta una laurea e il conseguente esaurimento nervoso per capire che i miei spazi devono continuare ad esistere anche quando lo studio sembra reclamare ogni singola particella del mio corpo/essere e non ho nessuna voglia di ripetere l’esperienza in questo secondo ciclo -, ma va da sé che gli aggiornamenti finiranno inesorabilmente con il diluirsi nel tempo.
Detto questo, basta con le rotture di palle da blogger pseudo responsabile davanti all’imminente catastrofe di due parziali in un mese e andiamo avanti con quello che è stato sicuramente il libro più bello dell’estate 2013.

colpa delle stelleTitolo: Colpa delle stelle
Titolo originale: The fault in our stars
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Pagine: 347
Anno: 2012

Giudizio: 5/5

Sinossi
Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato. Continua a leggere


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Recensione: “Cercando Alaska”, John Green.

Titolo: Cercando Alaska
Titolo originale: Looking for Alaska
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Pagine: 299
Anno: 2010

Giudizio: 4/5

Sinossi
Miles Halter, sedici anni, colto e introverso, comincia a frequentare un’esclusiva prep school dell’Alabama. Qui lega subito con Chip, povero e brillantissimo, ammesso alla scuola grazie a una borsa di studio, e con Alaska Young, divertente, sexy, attraente, avventurosa studentessa di cui tutti sono innamorati. Insieme bevono, fumano, stanno svegli la notte e inventano scherzi brillanti e complicati. Ma Miles non ci mette molto a capire che Alaska è infelice, e quando lei muore schiantandosi in auto vuole sapere perché. È stato davvero un incidente? O Alaska ha cercato la morte?

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Odiavo lo sport. Odiavo lo sport,  odiavo, odiavo quelli che facevano sport, odiavo quelli a cui piaceva guardarlo, e odiavo chi non odiava quelli che lo facevano o cui piaceva guardarlo. In terza elementare – l’ultimo anno in cui si gioca a minibaseball – mia madre voleva che facessi delle amicizie, così mi obbligò a entrare nella squadra dei Pirati di Orlando. Mi feci degli amici eccome: una masnada di bambini dell’asilo. Non fu un gran passo avanti, se l’obiettivo era inserirmi fra coetanei. Fu soprattutto perché come statura sobrastavo gli altri giocatori se quell’anno per un pelo non entrai nella formazione ufficiale. Quello che mi soffiò il posto,  Clay Wurtzel, aveva un braccio solo. Io, ragazzino di terza elementare più alto della media e con tutte e due le braccia, stracciato da Clay Wurtzel,  bambino dell’asilo. E mica fu per la storia “lascialo vincere,  è senza un braccio, poverino”. Clay Wurtzel aveva una botta micidiale,  mentre io mancavo la palla anche quando era ferma. Una delle cose che mi attiravano di Culver Creek era – mio padre me l’aveva garantito – che ginnastica era una materia facoltativa.